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“800 anni di Grazie”: Francesco un uomo imitabile

Un dialogo tra fede, poesia e musica nel cuore del Mese Mariano a Sassari per celebrare l'ottavo centenario di San Francesco tra le famiglie francescane

Nel cuore del Mese Mariano, le famiglie francescane di Sassari si sono ritrovate per l’Ottavo Centenario della morte di San Francesco d’Assisi nel Santuario della Vergine delle Grazie di Sassari. La serata intitolata “800 anni di Grazie”, ha unito unito fede, musica e riflessione, donando ai presenti un tempo di ascolto e interiorità nel segno della spiritualità francescana.

Il titolo dell’iniziativa racchiudeva un significato profondo: ringraziare per le grazie ricevute nei secoli nel Santuario mariano e, insieme, rendere grazie per la testimonianza luminosa di Francesco, il “Poverello di Assisi” che continua ancora oggi a parlare al cuore dell’uomo, perché uomo credente e credibile. La sua voce continua ad attraversare i secoli, con la forza mite del Vangelo incarnato. Fraternità, semplicità, amore, custodia del creato, speranza certa e pace, restano parole vive, cariche di un annuncio che non tramonta, e sembrano continuare a suscitare vita in chi si ritrova oggi ad ascoltarle.

L’evento si è aperto con la Celebrazione Eucaristica presieduta da fr. Gian Luca Longobardi, Ministro Provinciale dei Frati Minori Cappuccini. Un momento intenso di preghiera che ha introdotto i partecipanti al senso più autentico dell’incontro con l’Uomo-Francesco che continua a “inquietare” il nostro tempo. P. Gian Luca ha iniziato col citare il Canto 11 di Dante – “tutto serafico nell’ardore e nella sua fede”, sottolineando come Francesco continui a lasciare un impronta profonda nel nostro cammino; i suoi gesti, il pensiero, lo sguardo, ci parlano di Dio e dell’eternità dell’uomo e questo continua a convertire il nostro passo, riportandolo in maniera autentica a Dio.

Successivamente il poeta e intellettuale Davide Rondoni, in rappresentanza del Governo Italiano e protagonista delle celebrazioni nazionali per l’ottavo centenario della morte di San Francesco (1226-2026), ha tenuto una conferenza, accanto a lui il moderatore fr. Graziano Maria Malgeri.

L’autore a partire dal suo ultimo libro “La ferita, la letizia. Faccia a faccia con San Francesco” ha regalato ai presenti una personale lettura della vita del Santo, ha intrecciato poesia, spiritualità e vita concreta, mostrando come Francesco abbia saputo trasformare la fragilità umana in luogo di incontro con Dio e con gli altri. Stimolato dalle pertinenti domande di P. Graziano, che ha sottolineato la definizione di Rondoni rispetto alla figura di Francesco “estrema più che estremista”, nel primo intervento il Poeta ha sottolineato con forza, come Francesco non sia un Santo inimitabile, ma propio perché Santo, è imitabile, “altrimenti dei Santi inimitabili che cosa c’è ne faremo?”.

Le riflessioni del Poeta, sono state impreziosite dagli interventi musicali del cantautore e M° Mauro Manca, che attraverso un suo brano – “Longino” – e altribrani tratti dal repertorio di Branduardi – L’infinitamente piccolo (S. Francesco), hanno contribuito a creare un clima di forte coinvolgimento emotivo e spirituale, favorendo un dialogo armonioso tra parola, arte e interiorità.

Rondoni si è concentrato su come l’uomo, sia chiamato a vivere in letizia: “Letizia viene dal letame: la terra è fertile quando viene concimata. La letizia non è rappresentata dal sorriso babbeo, ma la terra, cioè la vita stessa, può diventare fertile anche nelle situazioni più dure e avverse”. La letizia è legata al modo di Francesco di amare fuori da ogni logica di possesso. Il contrario dell’amore non è l’odio, ma il possesso. Un particolarissimo sguardo di Francesco lo vediamo soffermandoci su questa distinzione: fra l’amare e il possedere; amare di un amore povero, di una povertà non morale o sociologica, ma una povertà quale esperienza d’amore nei confronti di qualcuno, o qualcosa, riconoscendo che siamo chiamati ad amare ciò che non è nostro – neppure i filgi sono nostri, non li possediamo – ma ci stimolano a un amore incondizionato, a immagine di quello Vero. Francesco è un uomo commosso dal sentirsi piccolo, minore, di fronte al mistero della vita; “altissimo, onnipotente, buono”. Se uno perde questo brivido di piccolezza di fronte al mistero della vita, sta sbagliando il suo approccio alla vita.

Rondoni, arriva a fare un affondo sul concetto del perdono, dice: Francesco sa che l’esperienza che tiene insieme il cristianesimo non è esser bravi cristiani, ma il perdonare – “Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo Tuo amore”, il perdono è un atto solamente della creatura-uomo, un gesto gratuito, cioè libero ed è parte integrante della fraternità, di un’amicizia in cui ci si perdona, ci si aiuta.

Un concetto che, sviluppato, ci conduce a strade impervie, difficili da affrontare se non si hanno le “attrezzature” idonee. Ma Francesco ci suggerisce che non serve una cassetta degli attrezzi pesante, si cammina leggeri e armati di amore verso tutte le creature.

Vocabolo anche questo intensamente sviscerato da Davide Rondoni nell’analisi profonda del Cantico; il poeta definisce la parola “creatura” la più rivoluzionaria del nostro tempo. “Cosa vuol dire che sei una creatura? Vuol dire che siccome sei nato vai bene. Vai bene per il fatto stesso che esisti, puoi avere anche la malformazione peggiore del mondo, ma va bene lo stesso.”

Un concetto che va a cozzare duramente contro una società alla ricerca spasmodica della perfezione, dello star bene a tutti i costi, del realizzarsi a qualsiasi prezzo, dimostrando ogni giorno “di essere abbastanza carino, abbastanza capace se no non vai bene”.

L’ansia da prestazione, soprattutto nei giovani, fa emergere lo stress di non essere adatti, di essere fuori posto, legando a questo processo, sentimenti che portano spesso alle fragilità, alle “smagliature” che, come afferma Rondoni, devono e possono essere ricucite. Spesso non basta il nostro amore per perdonare, dobbiamo guardare un amore più grande, più grande di noi – “perdonano per lo Tuo amore”; pertanto consideriamo piccoli, minori. Dobbiamo assimilare il concetto che chi sbaglia può recuperare, può essere perdonato e può ricominciare.

Guardando poi l’esperienza di Francesco relativamente alla sua vocazione, possiamo affermare che egli è un uomo commosso, non tanto da sé stesso, ma da qualcos’altro e da qualcun Altro; questo ci suggerisce l’apertura all’alterità che ci fa intravedere una nuova vita che non è certamente l’oggi ma quel domani che ci insegna che “è meglio avere dei padroni in cielo che dei padroni sulla terra”. Come è successo per Francesco, che seppur all’inizio, dopo l’esperienza della guerra, del carcere e della malattia si ferma a pensare e in principio “non capisce”, tanto che all’invito “va’, ripara la mia casa”, inizia a sistemare il tetto di una piccola chiesetta – San Damiano, poi piano piano, capisce che l’orizzonte è la Chiesa, ma in senso lato, e questa è oggi una questione che ci riguarda – “«Io ho fatto la mia parte; la vostra, Cristo ve la insegni»”.

Allora è giusto domandarci: Ma qual è il nostro ruolo, la nostra parte? Francesco ci dà un suggerimento, dicendo ai suoi frati: “raccomando due cose, la povertà, cioè l’amore povero e non il disprezzo, e la fedeltà alla Chiesa”. La Chiesa, è luogo del Sacramento, inteso nella capacità di soddisfare la fame di Dio, bevendo il suo sangue e mangiando la sua carne, le sole cose che ci sfamano. Allora, la questione della vocazione è semplicemente, riconoscere e prendere fino in fondo la propria fame di vita, per capire in quale forma, con quale veste e in che modo questa fame di Vita è soddisfatta. La vocazione è capire in quale modo tu puoi realizzare la Chiesa, abitando la quotidianità della famiglia, dell’arte, della musica, dello sport, della vita. Tutti abbiamo un ruolo nella Chiesa, intesa come Comunità e Fraternità.

Particolarmente significativi i versetti declamati da padre Graziano a conclusione di un intenso incontro di uomini, donne, religiosi e laici, che ancora una volta sono stati attratti da Francesco, imitatore di Cristo – Alter Christus. “Lieta la terra del tuo cuore se il cielo la concima”

[fra Stefano Gennari]

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