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“Amati da Dio”: attraversare il dolore alla luce della Risurrezione

Fra Rosario Vaccaro racconta la prima edizione del percorso nato alla Porziuncola per accompagnare le famiglie che hanno vissuto la perdita di un figlio

Avete organizzato qui alla Porziuncola, per la prima volta, il weekend “Amati da Dio”: di cosa si tratta?

Si tratta di un corso rivolto a quelle famiglie che hanno vissuto la perdita di un figlio. Cade proprio nell’anno del Centenario del Transito di san Francesco e, per la nostra fraternità Giovanni Paolo II, che si occupa di pastorale con le famiglie, ci è sembrata l’occasione buona per affrontare un tema così delicato, che tocca profondamente la vita della famiglia e della coppia.
Abbiamo affrontato questo tema lasciandoci accompagnare soprattutto dalla Parola di Dio, in particolare dall’episodio della vedova di Nain, nel Vangelo di Luca. È un racconto che ci ha aiutato a contemplare la compassione di Gesù davanti al dolore di quella madre che ha perso il suo unico figlio: Gesù vede il suo dolore, si avvicina, si lascia coinvolgere. È l’immagine di un Dio che non rimane distante, ma che vuole entrare dentro il nostro dolore, toccarlo e abitarlo.
Ci siamo fatti aiutare anche dalla dottoressa Sara Scifo, psicoterapeuta, per costruire un itinerario che permettesse ai genitori di prendere contatto con quello che vivono, con i propri sentimenti e le proprie emozioni, senza evitarli o reprimerli, ma imparando a riconoscerli e a dare loro un nome.
Poi c’è stato un momento molto importante di condivisione, nel quale i genitori hanno potuto raccontare il proprio dolore e i propri sentimenti, vivendo un’esperienza di reciproco ascolto. E siamo arrivati infine all’annuncio del Kerygma, che è il cuore del messaggio cristiano: Gesù entra nella realtà della morte per ridonare vita e speranza.
L’ultimo giorno abbiamo avuto anche la gioia di ascoltare la bellissima testimonianza di Anna e Michele Mariucci, che hanno raccontato la straordinaria storia della loro piccola Sara, salita al cielo, e il cammino di conversione che hanno vissuto. È stata una testimonianza molto forte e molto bella.

Per quali motivi vi è parso importante dare parola e voce alle famiglie in lutto? E come? E tutto ciò nella ormai decennale Festa degli Angeli?

Il titolo stesso, in fondo, è già una risposta: “Amati da Dio”. Perché siamo certi che sia i figli che sono in cielo, sia i loro genitori che sono sulla terra, sono amati da Dio, e sono tutti stretti dentro questo unico abbraccio.
È vero, il lutto mette alla prova la fede. Quando perdi un figlio, è inevitabile che arrivino tante domande, anche molto difficili. Però c’è anche una certezza: Dio non si dimentica di nessuno. E allora ci è sembrato importante semplicemente dare a questi genitori uno spazio per parlare, per raccontarsi, per condividere quello che hanno dentro, sentendosi accolti e ascoltati.
E poi è stato davvero bello concludere il corso qui a Santa Maria degli Angeli, proprio nella dimensione della Festa degli Angeli. Perché la festa, in qualche modo, ci ricorda che questi figli continuano a vivere. E poter concludere un cammino così intenso proprio facendo festa, insieme, è stato per noi molto significativo.

È la prima edizione (vi auguriamo di una lunga serie…): quali indicazioni vi dà il riscontro ricevuto da questa preziosa iniziativa? Immaginate già una seconda edizione?

Siamo molto grati a Dio, soprattutto per aver avuto la possibilità di conoscere questi genitori. Per noi è stato un dono poter entrare, con grande rispetto, nelle loro storie e ascoltare quello che hanno vissuto.
Il nostro carisma francescano, e in particolare la dimensione della fraternità, ci ha permesso di creare un terreno buono, un clima nel quale potersi sentire accolti e non soli. E su questo terreno abbiamo provato a seminare la Parola di Dio, che anche in situazioni così dolorose può essere una grande consolazione e un grande sollievo.
Ci siamo resi conto, però, che forse più che parlare semplicemente di “elaborazione del lutto”, si tratta di fare un percorso di elaborazione della Risurrezione. Perché questi genitori, con la perdita di un figlio, rischiano di non vivere più, di rimanere come bloccati dentro quel dolore. E allora il cammino è quello di poter tornare lentamente alla vita, senza dimenticare il proprio figlio, senza cancellare il dolore, ma scoprendo che la morte non ha l’ultima parola.
Il riscontro che abbiamo ricevuto ci incoraggia sicuramente a continuare. Per questo ci piacerebbe che questa fosse la prima di tante altre occasioni in cui poter accompagnare queste famiglie.

 

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