Sulle pendici del Monte Subasio, dove il silenzio è interrotto solo dal fruscio del vento tra i lecci, si è consumato anche quest’anno il mistero della Passione del Signore. L’Eremo delle Carceri, luogo carissimo a San Francesco, non è solo una cornice suggestiva, ma un grembo di pietra che invita a scendere nelle profondità del cuore.
Francesco amava ritirarsi qui per meditare la Passione; cercava le fenditure della roccia per immedesimarsi nelle ferite del costato di Cristo, trovando in quegli anfratti la via per entrare nell’Amore totale. Ed è con questo stesso desiderio di “entrare” nel mistero che molti fedeli, tra cui numerosi giovani e scout che hanno attraversato il Subasio per giungere fin qui, si sono radunati oggi intorno alla fraternità dei Frati Minori.
I segni di un Amore donato
Il rito si è aperto con un silenzio assordante. Davanti a un altare spoglio e al tabernacolo vuoto, il guardiano dell’Eremo, fra Matteo Curina, si è prostrato a terra: un segno di umiltà e di consegna totale, mentre l’assemblea si univa al dolore patito da Cristo.
La lettura della Passione ha poi guidato i presenti lungo la via del Calvario. In piedi, in ascolto, i volti stanchi dei giovani scout si sono fatti specchio di una meditazione viva. La Preghiera Universale ha abbracciato l’umanità intera, deponendo le nostre intenzioni in quell’offerta grande di Gesù.
Un momento toccante è stato l’adorazione della Croce. Ognuno ha potuto accostarsi e baciare quel legno, simbolo di morte ormai redento. Tra la folla, il volto rigato dalle lacrime di una donna ha raccontato, meglio di mille parole, lo stupore di chi si sente raggiunto personalmente da un Amore così grande. È stata una sinergia profonda quella vista oggi: la cura dei frati, il volto materno delle Suore Francescane Clarisse Missionarie del Santissimo Sacramento e l’entusiasmo dei giovani scout, tutti uniti nel servizio al rito.
L’omelia di fra Matteo: sconfiggere i “nemici” della vita spirituale
Nella sua omelia, fra Matteo ha invitato i presenti a guardarsi con onestà dai “nemici” che spesso anestetizzano la nostra vita spirituale. Il primo ostacolo è l’abitudine, quella forza sottile che rende la Croce un oggetto scontato, un simbolo che vediamo ovunque ma che smette di destare stupore e di toccare il cuore. A questa si lega inevitabilmente la distanza: il rischio di pensare che la Passione sia un fatto lontano, che non ci veda coinvolti personalmente perché “non eravamo lì a mettere i chiodi“.
Ma è proprio quando prendiamo le distanze, ha sottolineato fra Matteo, che emerge il terzo e più profondo nemico: l’incapacità di riconoscere il nostro bisogno di un Redentore. Spesso crediamo che la salvezza riguardi solo chi soffre di grandi malattie o angosce evidenti, ma se scendiamo nel profondo, scopriamo che tutti portiamo ferite, sensi di colpa e “scheletri” nel passato. Tutti, indistintamente, abbiamo sete di una vita vera e piena. Abbiamo bisogno di qualcuno che venga a guarire i nostri non-sensi, che riscatti la nostra libertà incatenata per permetterci finalmente di fare il bene.
Su quel legno non c’è un uomo qualsiasi, ma il Figlio di Dio che ha scelto di farsi bloccare dai chiodi perché noi fossimo liberati dalle nostre catene. L’invito finale è stato dunque una vera e propria invocazione: chiedere la grazia di un cuore che passi dall’abitudine alla gratitudine, lasciandosi raggiungere e accendere dalla “fornace ardente” che è il cuore di Cristo.
Un appuntamento nel silenzio
La preghiera all’Eremo non finisce qui. Più tardi, quando le ombre si faranno più lunghe tra i secolari lecci del Sacro Bosco, si terrà la suggestiva pratica della Via Crucis. Tra i sentieri che videro i passi di Francesco, i fedeli saliranno ancora una volta verso il Calvario, portando nel cuore il desiderio di una vita redenta.







