Il 25° anniversario della canonizzazione di sant’Antonino Fantosati, Frate Minore della Provincia Serafica di Umbria e Sardegna, offre l’opportunità di riflettere sulla straordinaria figura di questo missionario e martire, la cui vita ha saputo unire le radici profonde della sua terra natia con l’orizzonte vastissimo della missione in Cina. La sua storia, sebbene inizialmente “lacunosa” nella sua dimensione “civile”, emerge con prepotenza attraverso il profilo dell’apostolo, dell’uomo afferrato dalla grazia che ha reso possibile l’esito martiriale della sua esistenza.
Un’infanzia umbra dalle notizie scarne, ma ricche di significato
Nato il 16 ottobre 1842 da Domenico e Maria Borghese, Antonino Fantosati è un figlio della terra umbra, probabilmente di S. Pietro a Pettine, come suggerito da recenti studi. Le informazioni sulla sua infanzia sono esigue, spesso confuse tra i biografi, ma concordano nel descriverlo come un bambino “buono, docile, attento agli insegnamenti della mamma, la quale l’istruiva nell’orazione e nei rudimenti della fede“. È il confratello e missionario p. Leonardo Carlini, insieme al compaesano Oreste Grifoni, a far riemergere questi preziosi dettagli attraverso le lettere che Antonino inviava ai suoi genitori e alla sua famiglia, testimonianze che dipingono un quadro intimo del “ragazzo umbro, il figlio della terra trevana”.
La sua costituzione delicata, la sua inabilità alla fatica dei campi, che lo rendevano “differente” dalla sua cerchia rurale, furono paradossalmente il punto di partenza per un percorso diverso. Come scrive il francescano Cipriano Silvestri, se fosse stato robusto, “si sarebbe dato senz’altri alle occupazioni della vita rurale”. Invece, fu indirizzato “alla scuola, consegnandolo alle cure amorevoli del PP. Francescani di S. Martino in Trevi”. Non è dunque la sua origine sociale a portarlo alla ribalta, ma la missione che intraprenderà, elevandolo a simbolo della grazia trionfante.
La partenza per la Cina e la “nuova nascita”
Il 28 luglio 1862, Antonino emise i voti religiosi, proseguendo gli studi in vari conventi, tra cui quello di Celleno nel Viterbese, fortunatamente incardinato allo Stato pontificio e rifugio dei francescani umbri durante la soppressione dei conventi. A Carpineto, si distinse, stringendo amicizia con il conte Giovan Battista Pecci, fratello di Leone XIII. Ma è a Roma, nel 1867, che la sua vita prende una svolta decisiva. Incontrando p. Bernardino da Portogruaro, procuratore generale dei Francescani, ricevette l’invito a partire per la missione in Cina. La sua risposta, inizialmente titubante, rivela un’umiltà che la grazia avrebbe presto trasformato in coraggio eroico.
Giunto in Cina, sant’Antonino Fantosati sembra rinascere. Adotta un nuovo nome, Fanhuaele, “il virtuoso”, e si immerge completamente nella cultura locale, sostituendo le vesti francescane con quelle da letterato cinese. I biografi raccontano come il latte di capra, che assumeva per la sua costituzione gracile, gli abbia infuso un nuovo vigore, quasi a simboleggiare una rinascita fisica e spirituale.
L’apostolato in Cina: difensore dei poveri e costruttore di ponti
La sua permanenza a Laohokou per 18 anni, definita da lui stesso “la Trevi adottiva”, segnò un periodo di intenso apostolato. Fantosati si calò profondamente nella realtà cinese, adattandosi ai costumi locali, aprendo giardini e partecipando alla vita sociale. La sua strategia missionaria era chiara: puntare sui ceti più bassi della società, i quali cercavano difesa dai soprusi dei poteri tirannici. Egli offriva protezione assieme all’adesione al cristianesimo, convinto che la formazione della coscienza cristiana sarebbe giunta con il tempo. Questa scelta rivela un profondo influsso delle sue origini popolari umbre, coniugato con l’orientamento francescano di rivolgersi agli ultimi.
Fantosati si fece mediatore tra il popolo e i potenti Mandarini, agendo quasi come un avvocato per i deboli. Nelle sue lettere alla Propaganda Fide, descrive il sistema amministrativo cinese, spesso dispotico, e la necessità di “rendersi molto popolare con tutti, da far conoscere che ama la Cina come sua patria”.
La sua missione si confrontò con la povertà più estrema, come la terribile carestia del 1878, che portò fame e peste, facendo oltre 10.000 vittime. In questo contesto di grande bisogno, il suo sguardo tornava all’Umbria, riconoscendo nelle opere sociali del compaesano don Pietro Bonilli – beatificato nel 1988 – un parallelo e un’ispirazione. Il suo impegno nella fondazione di orfanotrofi, che accoglievano bambini abbandonati per strada, fu un faro di carità. Il prefetto stesso della città di Laohokou elogiò pubblicamente l’opera dei missionari, esortando il popolo a desistere dall’infanticidio e a servirsi delle opere cristiane.
Un altro grande sogno di Fantosati fu la costruzione della chiesa cattedrale a Laohokou, un’opera imponente che richiese anni di lavoro e immense risorse, ottenute grazie alla generosità dei benefattori. Questa “casa” per il suo popolo, come la definiva, non era solo un luogo di culto, ma un simbolo tangibile della legittimità e della presenza della Chiesa in un territorio ostile.
Il ritorno temporaneo e il legame indissolubile con la sua terra
Dopo vent’anni di missione, una malattia lo riportò temporaneamente in Europa. Fu l’occasione per riabbracciare i luoghi della sua memoria, incontrare i familiari, gli amici, i confratelli francescani, e visitare il Papa. Questo ritorno rinvigorì il suo legame con l’Umbria, spingendolo a intensificare la corrispondenza con i frati della sua Provincia e con gli amici umbri. Perfino la sua pensione di 205 lire, ottenuta dal governo italiano, la devolse ai suoi genitori, dimostrando una commovente “restituzione” a coloro che un tempo lo avevano nutrito.
Sant’Antonino Fantosati non fu solo un martire in Cina, ucciso durante la rivolta dei Boxer nel 1900. Fu un costruttore di ponti tra culture, un difensore degli oppressi, un uomo che seppe trasformare le sue fragilità iniziali in una forza straordinaria al servizio del Vangelo. A 25 anni dalla sua canonizzazione, la sua figura continua a ispirare, ricordandoci come l’amore per Dio e l’apertura al mondo possano generare una santità che trascende ogni confine geografico e culturale.







