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Nel cuore della Medina

Fra Francesco Piloni in visita a Fra Andrea Raponi e alla fraternità francescana in Marocco

Dopo la visita dello scorso aprile a Cuba, si sta svolgendo in questi giorni un’altra visita fraterna: il Ministro provinciale di Umbria e Sardegna Fra Francesco Piloni è in Marocco, tra le città imperiali e le strade brulicanti delle Medine, dove la presenza francescana continua a intrecciarsi con la vita quotidiana della popolazione locale.

Un viaggio che ha il sapore evangelico della prossimità: «Avevo il desiderio di visitare Fra Andrea», spiega con semplicità, «di vedere dove sta donando la sua vita e incontrare la realtà che lui giornalmente serve e dentro la quale si è inserito».

Il riferimento è a Fra Andrea Raponi, giovane frate al suo terzo anno in terra marocchina. «Essenzialmente, come per Cuba, è conoscere la realtà dei frati per promuovere anche un’animazione missionaria, e restituire agli altri frati il significato del nostro essere oggi missionari nelle varie terre». C’è, nelle parole del Ministro, la consapevolezza che la missione non è un capitolo accessorio della vita francescana, ma il suo respiro naturale: un andare per vedere, ascoltare, condividere, e poi ritornare per narrare e riaccendere il desiderio.

Una Chiesa giovane, fragile e viva

Finora la visita di Fra Francesco, insieme a Fra Giovanni Pinna, ha toccato diverse presenze della Custodia, che in Marocco conta sei fraternità. A Marrakesh i frati operano in una realtà parrocchiale segnata da una forte mobilità umana. «Il popolo cristiano, cattolico, è formato in gran parte da migranti arrivati in Marocco per le vie più pericolose, soprattutto attraversando il deserto», racconta Fra Francesco. Accanto a loro, «i tanti studenti delle zone centrali dell’Africa» che scelgono le università marocchine in lingua francese.

Ne emerge il volto di «una Chiesa molto giovane e che ha tante necessità di essere accompagnata». Una Chiesa che «partecipa molto volentieri alle liturgie e alle iniziative», assetata di radicamento e di senso. Dopo il terremoto che ha colpito la regione due anni fa, nel settembre 2023, i frati – insieme alla Caritas – sono divenuti «un punto di grande riferimento», soprattutto per i terremotati. La parrocchia si è fatta casa e presidio di speranza, segno di una presenza che non si limita al culto ma si incarna nella storia ferita.

“Mon Père”: riconosciuti dall’amore

Ma è nella Medina di Meknes che il Ministro Provinciale coglie forse uno dei tratti più intensi della “presenza francescana”. Qui Fra Andrea e Fra Stefan vivono «in una casa molto semplice», con il centro culturale al pian terreno: lezioni di italiano, di francese, rudimenti di informatica. Un’opera che intercetta soprattutto chi non ha avuto accesso all’istruzione, in particolare donne e bambini.

«È un’esperienza unica questa, perché permette loro di essere costantemente a contatto in un centro che è molto vivace, di presenze», osserva. Colpisce un dettaglio: i frati non indossano il saio. Eppure sono riconosciuti. «È interessantissimo perché tutti li riconoscono, ci chiamano “Mon Père”». Un appellativo popolare che attraversa i secoli: i frati, presenti qui «da moltissimi secoli», sono conosciuti per i servizi offerti, per la prossimità discreta.

Un piccolo episodio racconta più di molte analisi: «L’altro giorno un signore voleva aiutare Andrea perché pensava che volesse parcheggiare. Lui dice: no, no, stiamo in fila per andare dove vanno gli altri». E fra Francesco sottolinea: « Mon Père non l’aveva mai visto, però sono conosciuti come coloro che sono vicini, coloro che hanno cura, ma soprattutto coloro che vivono l’amore disinteressato verso gli altri. Questo è molto bello».

In un contesto a maggioranza musulmana, dove la testimonianza cristiana non passa per la visibilità esteriore ma per la qualità delle relazioni, la fraternità si fa linguaggio teologico. L’amore gratuito diventa la prima e più eloquente forma di annuncio.

Intorno all’altare il vero significato della presenza

 Tra i molti volti incontrati, uno rimane impresso nel cuore di Fra Francesco. «Qui ci sono molte famiglie nella Medina che non hanno il bagno, non hanno l’acqua in casa. Diversi vengono qui al centro, vengono da noi a fare la doccia». Un giorno arriva un ragazzo di quattordici anni, «che non va più a scuola perché viene bullizzato in quanto è figlio di una ragazza madre e qui è impensabile una cosa simile».

Vivono «in una stanza tre metri per quattro, loro due». A volte il ragazzo scappa, «perché percepisce un futuro sicuramente chiuso». È venuto «a prendere l’acqua, due bidoni di acqua. Cose estremamente semplici». I frati cercano di aiutare questa famiglia «non solo con il sostegno di cibo, ma anche di vicinanza, di aperture di strade possibili per il futuro. Alcune volte ce la fanno, altre no».

Qui la riflessione si fa più profonda: «Mi piace molto questa vicinanza. Spesso sperimentiamo una grandissima impotenza per certi aspetti… ma il momento intorno alla cappella, all’altare, dove si porta tutto e tutti diventa il significato profondo di questa presenza». È lì che la missione trova il suo centro.

Un respiro che profuma di Vangelo

Alla domanda sul significato ultimo della visita, Fra Francesco preferisce non chiudere il discorso. «Voglio ancora aspettare a rispondere», dice, perché nei prossimi giorni visiterà altre realtà, tra cui un orfanotrofio. Il viaggio è in corso, tuttavia un primo tratto emerge con chiarezza: «Conoscere da parte mia tutte le realtà dove i frati si spendono, si consumano e poi promuovere anche nella nostra realtà provinciale la conoscenza dei frati, di ciò che facciamo. Questo dà un respiro ampio, un respiro che fa bene a tutti e ci solleva lo sguardo da quelle cose che a noi piacciono molto nel quotidiano e tendono forse a ridurre anche la nostra visione».

La missione, allora, non è solo per chi parte. È un dono per tutta la Provincia, perché obbliga ad allargare lo sguardo. «Mi sembra che il primo grande significato, oltre all’aspetto fraterno, è di entrare in un respiro ampio, in una vastità che profuma decisamente di Vangelo».

In questa espressione – “una vastità che profuma di Vangelo” – si concentra forse il senso più autentico della visita. In Marocco, tra le strade polverose della Medina e le aule semplici di un centro culturale, tra le liturgie di una Chiesa giovane e le ferite silenziose di chi bussa per una doccia o per un po’ d’acqua, la presenza francescana continua a dire che il Vangelo può abitare ogni terra.

E che, anche quando tutto sembra piccolo e fragile, l’amore disinteressato resta la forma più credibile della missione.

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