In occasione del convegno di studio “Francesco d’Assisi – in un loco sopra Nocera chiamato loco de Bagnara”, svoltosi il 25 ottobre 2025 a Bagnara di Nocera Umbra, tra le colline che custodiscono gli ultimi giorni di vita di Francesco d’Assisi, il piccolo borgo umbro è tornato a essere luogo di riflessione e di memoria. Promosso dall’Università Agraria di Bagnara e dalla Società dei condomini, con la collaborazione del Comune di Nocera Umbra e della Soprintendenza archivistica e bibliografica dell’Umbria, l’incontro ha riunito storici, studiosi, ecclesiastici, in vista degli 800 anni del Transito di san Francesco. Un incontro nel segno della ricerca e della consapevolezza.
Tra i protagonisti, mons. Felice Accrocca, arcivescovo di Benevento e tra i più autorevoli studiosi del francescanesimo. Non è frate, ma il suo sguardo sul mondo di Francesco è capace di tenere insieme il rigore dello storico e la passione del pastore.

Un laico del francescanesimo
Alla domanda su come un prete diocesano sia divenuto uno dei più apprezzati studiosi dell’Assisiate, mons. Accrocca risponde con semplicità: «Sono un prete secolare, non un francescano, ma per dirla tutta il francescanesimo l’ho “appreso”, da studente, all’Università di Roma “La Sapienza”, prima di entrare in seminario: sono stato allievo di Raoul Manselli ed Edith Pasztor, che hanno segnato un punto fondamentale negli studi francescani nel Novecento. Ecco, loro mi hanno avvicinato a questi temi».
La sua storia intellettuale è quella di un movimento a spirale: «Sono partito con una tesi sui francescani spirituali, in particolare su Angelo Clareno, e poi piano piano, dagli inizi del Trecento, sono risalito a Francesco, per poi scendere di nuovo verso il mondo cappuccino, i problemi degli studi francescani tra Otto e Novecento. Ho percorso un po’ tutta la parabola francescana».
E aggiunge, quasi a chiarire la radice del suo sguardo: «Non sono francescano, ma la spiritualità francescana in qualche modo la sento mia, non perché la viva, ma sento che è quella che mi è congeniale e spero di non allontanarmi troppo da quel carisma».
Il mestiere dello studioso in favore della pastorale
L’attenzione di Accrocca si muove sempre su un doppio registro: il rigore della ricerca e la sua restituzione al pubblico più ampio. «I miei temi – spiega – nascono da occasioni diverse. Alcuni sono venuti da sollecitazioni in sede scientifica, come il tema delle stimmate, altri da incontri fortuiti. Il libro sul Lupo di Gubbio, per esempio, nacque da una relazione a un convegno su santi e animali: San Romedio e l’orso, Sant’Antonio e la mula, Francesco e il lupo. Poi da lì sviluppai quel libretto, che mi dà tanta soddisfazione perché continua a essere richiesto dopo tanti anni».
Il suo lavoro di divulgatore – nel senso più alto e non riduttivo del termine – nasce da una necessità interiore: «Cerco di coniugare la mia attività di ricerca con la mediazione per un pubblico più ampio. La mia vita è sempre stata tra la gente: la pastorale ha avuto uno spazio maggiore rispetto agli studi, e questo mi ha spinto a voler condividere i risultati della ricerca anche con loro».
L’Italia interna e dimenticata
Da anni mons. Accrocca è anche la voce di un’altra “marginalità”: quella delle aree interne italiane, territori feriti dallo spopolamento, dalla mancanza di servizi e di prospettive. Un impegno nato – racconta – quasi per caso: «È sorto in me come attenzione dopo che Papa Francesco mi nominò arcivescovo di Benevento. Stando in area interna, pian piano è nato un interesse che nel 2019 si è concretizzato nella lettera Mezzanotte del Mezzogiorno, firmata poi dai vescovi di tutta la metropolia beneventana».
Da allora, quella che era una sollecitazione pastorale è divenuta un movimento ecclesiale e civile: «Ci siamo resi conto che la pastorale “per le aree interne” è specifica: non è come quella delle aree urbane o turistiche. È qualcosa di diverso, che va messo a fuoco. Dal 2021 abbiamo iniziato incontri tra vescovi che poi hanno portato alla pubblicazione di due raccolte: Dove la vita non vuole morire (Edizioni San Paolo) e una seconda, appena uscita da Queriniana, con le relazioni dei convegni del 2022, 2023 e 2024».
Il lavoro, oggi, ha una risonanza nazionale: «Sono contento – confida – che abbiamo acceso questa attenzione in tutta la Chiesa italiana e anche nella vita politica. La lettera firmata da 140 vescovi ha avuto risposta dal Presidente della Repubblica, che ha riconosciuto la ricchezza e la specificità di questi territori. Mi pare che il nostro impegno abbia prodotto un’incidenza reale».
L’Ottocentenario e la memoria viva
Alla vigilia dell’VIII Centenario della Pasqua di Francesco la domanda inevitabile è: cosa resterà di convegni, pubblicazioni, celebrazioni? Accrocca non indulge a facili entusiasmi: «Non lo so, è difficile dire cosa resterà. Certo, studi, convegni, se fatti bene, e pubblicazioni di qualità, possono produrre crescita di consapevolezza». E indica le tracce più concrete: «La legge nazionale per il Centenario ha previsto l’edizione nazionale dei testi francescani e la digitalizzazione dei fondi del Sacro Convento: un contributo importante per la ricerca. Ma il vero cambiamento deve prodursi nella persona».
È qui che la sua voce si fa più interiore: «Credo che qualcosa si produrrà nei singoli, in quanti si recheranno in preghiera sulla tomba di Francesco, in pellegrinaggio sui luoghi santi francescani, o nei giovani che faranno esperienze estive. Poi cosa resterà? Ai posteri l’ardua sentenza».







