della dott.ssa Maria Rita Peciarolo, esperta dei ricettari farmaceutici dei Frati Francescani del '700, conservati alla Porziuncola
La Leggenda dei tre compagni racconta che Francesco, sentendo avvicinarsi la morte, desidera avere accanto a sé, negli ultimi istanti della sua vita terrena, i frati e una cara amica e benefattrice, Jacopa de’ Settesoli.
«Sappiate, fratelli, che madonna Jacopa de’ Settesoli, amica fedelissima del nostro Ordine, se ricevesse la notizia della mia morte, ne proverebbe un dolore immenso. Perciò scrivetele che venga qui; e ditele anche che vi porti quel dolce, che era solita prepararmi, fatto di mandorle, zucchero o miele e altre cose». (FF 1438)
Il testo originale latino usa il termine mortariolum, parola medievale che indicava un cibo pestato in un mortaio e che in italiano è stato tradotto come mostacciolo o “dolce dei morti”.
Anche nello Specchio di perfezione viene descritto un episodio quasi identico:
«E subito, rivolto ai suoi compagni, disse: Scrivete a madonna Jacopa de’ Settesoli, che vi mandi un panno cenerino per la tonaca, e con esso quel dolce che tante volte mi ha preparato». E mentre uno scriveva e un altro dettava, ecco che alla porta si sentì bussare. […] Era venuta la nobildonna con i suoi due figli e un grande seguito. […] Ella disse poi ai frati: Figlioli miei, mentre ero in preghiera, mi fu detto in spirito: Va’ a trovare il tuo padre, il beato Francesco. E affrettati, perché se farai tardi non lo troverai vivo. E portagli quel tale dolcetto che mi hai chiesto». (FF 1819)
Le Fonti Francescane dimostrano come questi biscotti rappresentino un gesto di cura e affetto talmente significativo da essere immortalato nelle biografie più importanti e autorevoli di San Francesco d’Assisi.
In essi, la figura di “Frate Jacopa” è centrale. Francesco le conferisce il titolo maschile di “Frate” per due motivi: il superamento delle distinzioni e il riconoscimento delle sue virtù umane.
Nel suo amore per Cristo, le barriere sociali e di genere perdono significato: Jacopa è fratello nello spirito, un membro a pieno titolo della fraternità francescana.
La sua fedeltà, generosità e virilità d’animo la rendono un esempio per tutti i frati.
Quella tra Jacopa e Francesco è un’amicizia pura e spirituale, un modello di come le relazioni umane possano diventare un canale della grazia di Dio, un esempio di “medicina”.
Questi biscotti rappresentano anche un affascinante punto d’incontro tra devozione, tradizione culinaria e conoscenze erboristiche acquisite nei secoli nelle antiche farmacie dei conventi francescani.
Sebbene non vi sia una prescrizione medica diretta che li classifichi come preparato farmaceutico, la correlazione emerge chiaramente dall’analisi dei loro ingredienti, noti nelle spezierie medievali per le loro proprietà benefiche.
Dai manoscritti di fra Giuseppe da Spello (1724–1779), frate riformato dell’Umbria, conservati alla Porziuncola, sappiamo che le antiche spezierie conventuali non erano semplici dispensari, ma veri centri di scienza e carità.
Qui si studiavano testi di medicina, piante officinali e le loro proprietà, si tramandavano conoscenze farmaceutiche e si osservava la natura come madre generosa.
Questi luoghi servivano a curare i frati e offrivano gratuitamente assistenza a poveri e pellegrini.
I mostaccioli non erano quindi un cibo qualsiasi, ma un dolce “medicamentoso”, preparato con ingredienti considerati ricostituenti e curativi.
La richiesta di Francesco è dunque anche una richiesta di cura, di un ultimo conforto fisico e affettivo nel transito verso “Sorella Morte”.
La ricetta tradizionale dei mostaccioli di Frate Jacopa si basa su mandorle, miele e spezie.
Dallo studio di fra Giuseppe da Spello — presto pubblicato dalle Edizioni Porziuncola — apprendiamo che questi ingredienti erano rimedi medicamentosi con duplice valenza: curativa e simbolica.
Gli ingredienti e i loro significati
- Mandorle: alimento fortificante e ricostituente, simbolo di essenzialità e risveglio spirituale.
- Miele: dolcificante e antisettico, simbolo della dolcezza della Parola di Dio e della gioia del servizio umile.
- Cannella: spezia orientale dalle virtù digestive e antisettiche, usata anche come correttore del gusto.
- Chiodi di garofano: rimedio per mal di denti e infezioni, stimolante e rinvigorente.
- Pepe: spezia di lusso, digestiva, antibatterica e simbolo di vitalità e forza spirituale.
- Noce moscata: confortava la mente, migliorava la memoria e, simbolicamente, proteggeva dal male.
Le spezie rappresentavano nella simbologia medievale il fervore spirituale e la diversità nella comunione: un’unità arricchita dalle differenze, come nella fraternità francescana.
Nei mostaccioli sono inoltre presenti mosto e albumi.
Il mosto, vino non ancora fermentato, simboleggia la vita nuova, la conversione e la promessa dell’eternità.
Gli albumi, trasparenti e silenziosi, rappresentano purezza, sacrificio e servizio: invisibili ma essenziali, come i frati minori nella fraternità.
La Provvidenza e la cura
L’arrivo di Jacopa prima che la lettera venga spedita è segno della Divina Provvidenza.
Dio agisce attraverso l’amore umano.
Nella spiritualità francescana, il medico e l’infermiere sono strumenti del Signore: si prendono cura dei sofferenti sapendo che solo Dio guarisce.
Frate Jacopa è l’emblema del perfetto frate infermiere: si prende cura di Francesco con un dolce che è al tempo stesso rimedio e prelibatezza, incarnando la filosofia della medicina del tempo, dove alimentazione, conoscenza e carità si univano per curare corpo e spirito.
Il dolce conforto
Quel gesto, e con esso tutta la tradizione medica francescana, insegna che la carità si esprime anche nelle cose concrete.
L’amore non è sentimento astratto, ma servizio: come preparare un pasto medicamentoso per chi si ama.
I frati erboristi e infermieri, come fra Giuseppe da Spello, curavano anche orto e cucina, unendo spezie e rimedi nei pasti per la salute dei confratelli.
Nel desiderio di Francesco per quel dolce c’è tutta la gratitudine per l’affetto di Jacopa: è il suo modo di dirle addio, richiamando la memoria di un gesto d’amore che ha segnato la loro amicizia.
Questo episodio è una catechesi vivente: mostra un santo profondamente umano, che insegna ad amare Dio attraverso il creato, a vedere la Provvidenza nell’amicizia e a vivere la carità con gesti semplici e concreti.
Ancora oggi insegna a chi si occupa di medicina che essere vicini, accompagnare con umiltà e amore chi soffre è la migliore terapia.







