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Il canto di una vita. Riflessioni sul Cantico delle creature di p. Stefano Orsi

In occasione dell'VIII centenario del Cantico di San Francesco d'Assisi una meditazione sempre contemporanea
La conversione al Vangelo non fa tacere il canto  di Francesco, ma gli dà una nuova ispirazione. Subito dopo la separazione dal padre, davanti del vescovo, il Poverello – racconta Tommaso da Celano – «se ne va nella foresta, cantando le lodi di Dio». In questo modo inizia una nuova vita: «La bocca parlava per l’abbondanza dei santi affetti del suo cuore, e quella sorgente di illuminato amore che lo riempiva dentro, traboccava anche fuori». Le Fonti più antiche testimoniano che Francesco alla fine della sua vita, si ritira a San Damiano, affaticato da numerosi problemi fisici e da tante esperienze dolorose: ancora una volta, invece di disperarsi, innalza un canto d’amore al Dio di tutta la creazione.  Il segreto della sua gioia è nascosto nelle parole che Il Signore gli aveva fatto udire quella notte, mentre gemeva sotto il peso della sofferenza, sull’orlo dell’abbattimento «Sii felice ed esultante nelle tue infermità e tribolazioni; d’ora in poi vivi nella serenità, come se tu fossi già nel mio regno». Di fronte a questo meraviglioso disegno, il Santo, cosciente della sua incapacità, supplica Cristo, di rendere grazie egli stesso al Padre assieme allo Spirito Santo. Solo il rendimento di grazie del Figlio corrisponde alla misura del dono di Dio, alla misura dell’amore di Dio per noi. Il suo  canto si eleva per lo stupore profondo e per la grandezza dell’amore divino:«Dobbiamo amare con tutto il cuore e con tutta l’anima, con tutta la mente, con tutta la capacità e la fortezza, con tutta l’intelligenza, con tutte le forze, con tutto lo slancio, con tutto l’affetto, con tutti i sentimenti più profondi, con tutto il desiderio e la volontà il Signore Iddio, il quale a noi ha dato e dà tutto il corpo, tutta l’anima, tutta la vita; amiamo Colui che tutti ci ha creati e redenti, e che ci salverà per la sua sola misericordia». Il Cantico delle creature è il canto dell’uomo salvato e riconciliato con tutte le cose:  dalle stelle dell’universo, , lucenti e preziose, fino alle realtà della terra, come l’acqua e i fiori; da frate sole e sorella luna che splendono nel cielo, al giorno e alla notte che regolano le nostre giornate; da frate fuoco che rallegra la notte dei poveri, alle stagioni che assicurano sostentamento alle creature di Dio. «Laudato sì , mi Signore!»: il Poverello invita a benedire Dio per tutti questi doni che annunciano il suo volere e sono segno della sua bellezza. All’uomo “inseguito” dall’amore divino, il Santo,  assegna un compito essenziale: quello della lode. Quando Francesco parla di «frate sole», di «sorella acqua», di «frate fuoco», non utilizza solamente un linguaggio poetico, ma prova realmente per essi sentimenti fraterni. Esprime così un atteggiamento ottimista e positivo nei confronti della vita, sorgente di una gioia continua e di una confidenza indefettibile: «In ogni creatura, come in un ruscello, egli percepiva con straordinaria pietà lo zampillare unico della bontà di Dio». L’uomo che vive questa esperienza non ha più nulla da temere; perfino la morte non gli fa paura.  Francesco, in questo modo, ci offre una straordinaria e perenne lezione di coraggio. Anch’egli – lo afferma il suo primo biografo – è dovuto crescere come un «valente e coraggioso lottatore» per conformarsi al Crocifisso nell’alternanza quotidiana di lacrime e di gioia, di paure e di consolazioni, che fanno parte della vita di ogni uomo. Ne esce vittorioso, ma la battaglia riprende fin quasi alla vigilia del suo “Transito”. Vive un’ultima “tentazione”, quella di compiangere se stesso: la vince intonando la lauda della «infirmitate et tribulatione» che, sopportata nella fede diventa “perfetta letizia” ed è l’unica cosa di cui l’uomo può gloriarsi davanti a Dio. Il canto di Francesco è quello dell’uomo salvato nella sua totalità, dove tutti i conflitti sono stati placati. Per questo dobbiamo avere fiducia e crescere nella speranza. La Chiesa continua a far risuonare le parole del salmo 90: «Il Signore ti coprirà con le sue penne; sotto le sue ali troverai rifugio. La sua fedeltà ti sarà scudo e corazza». Nella sua Lettera a tutti i fedeli, Francesco scrive: «O quanto gloriosa, grande e santa cosa è avere un Padre nei cieli!». Coltiviamo, dunque, in noi la fede e la coscienza viva e profonda della nostra dignità di figli di Dio. Che la scintilla di amore accesa nei nostri cuori, diventi fuoco che arde. E’ solo dall’intimità con il Padre che nasce l’uomo nuovo, capace di donarsi senza misura per rinnovare il mondo.

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