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Il cero pasquale di padre Carlo

Il sacerdote e artista italiano unisce nelle sue opere di cera d'api fede, simbologia biblica e arte sacra

Sarà il cero pasquale realizzato da padre Carlo Basile ad accompagnare la liturgia pasquale nella Basilica di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola: una scelta che parla della bellezza che nasce dalla fede, e trova spazio nei luoghi più cari a San Francesco.

Francescano originario di Bracigliano, in provincia di Salerno, padre Carlo porta dentro una sensibilità artistica coltivata fin da giovane: non è un artista “di scuola”, ma un religioso che ha trasformato un’esigenza pratica in vocazione espressiva. Durante gli anni della pandemia, in un convento privo di forniture, iniziò a realizzare da sé i ceri liturgici. Uno spazio improvvisato, pochi strumenti, molta pazienza: così nasce un percorso che oggi ha superato i confini locali.

Le sue opere – interamente lavorate a mano – uniscono simboli biblici, richiami teologici e una forte essenzialità francescana. Non decorazione fine a sé stessa, ma segno. Ogni cero racconta un cammino: la Pasqua, la luce, la vita che rinasce.

Non è un caso che proprio uno dei suoi ceri sia stato scelto per un momento tra i più delicati e universali: quello posto accanto al feretro di Papa Francesco. Un gesto eloquente, che ha fatto conoscere al grande pubblico il lavoro del frate.

Oggi le richieste arrivano da diverse diocesi italiane e anche dall’estero. Alcune sue opere sono giunte fino in Turchia e presto partiranno per Parigi. Ma il riconoscimento più significativo resta forse quello che non si misura in chilometri: la fiducia della Chiesa.

Il cero destinato alla Porziuncola si inserisce proprio in questa linea, come segno di continuità con l’esperienza di San Francesco d’Assisi: la capacità di parlare attraverso ciò che è essenziale, povero, ma carico di significato. Nel laboratorio di Sorrento, dove oggi vive, Padre Carlo continua a lavorare con lo stesso stile degli inizi. Ogni cero richiede tempo, attenzione, silenzio. Non produzione in serie, ma gesto unico. Un lavoro che somiglia più a una preghiera che a un mestiere.

E forse è proprio questo che colpisce: in un tempo veloce e rumoroso, la sua arte rallenta, ascolta, attende. E poi illumina.

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