Pubblichiamo** l’intervista «Amoris laetitia, il Covid, l’emergenza educativa: vi racconto la famiglia che ho accompagnato per 6 anni» di Viviana Daloiso apparsa ieri 4 maggio su Avvenire https://www.avvenire.it/famiglia/amoris-laetitia-il-covid-lemergenza-educativa-vi-racconto-la-famiglia-che-ho-accompagnato-per-6-anni_107891
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Amoris laetitia, il Covid, l’emergenza educativa: vi racconto la famiglia che ho accompagnato per 6 anni
Il direttore uscente dell’Ufficio Cei traccia un bilancio del suo mandato all’indomani del convegno nazionale di Verona: le sfide aperte per la pastorale familiare, la crisi dei matrimoni, le responsabilità degli adulti. «La Chiesa? Non può più limitarsi solo ai percorsi»
Padre Vianelli, cosa ha visto cambiare nella pastorale familiare in Italia in questi anni?
Quando sono arrivato nel 2019, Amoris laetitia era stata pubblicata già da tre anni e si stavano avviando i primi percorsi di approfondimento. Poi è arrivato il Covid, una tempesta che forse abbiamo archiviato troppo in fretta, perché ci ha spaventato tanto, ma che ha generato anche qualcosa di prezioso. Dopo un iniziale disorientamento, molte hanno gustato questa soggettività: non solo fare la pizza o i TikTok insieme, ma pregare, celebrare, interrogarsi sul rapporto tra genitori e figli. È stato un momento intenso, nel quale le famiglie hanno intuito di poter essere davvero dei cenacoli. Quando la pandemia è finita, però, siamo tornati rapidamente alla normalità. Eppure l’acqua in cui nuotiamo è cambiata: le relazioni, la percezione della fragilità, l’esperienza della morte. Abbiamo ripreso molte abitudini di prima senza renderci conto che il contesto era ormai diverso.
Le indicazioni di “Amoris laetitia” si sono tradotte in una svolta reale per le nostre comunità o attendono ancora di essere attuate? Dove vede le principali resistenze?
I tre verbi del celebre capitolo ottavo – accogliere, discernere e integrare – hanno rappresentato un cambio di stile. Oggi accoglienza e discernimento sono entrati nel linguaggio ordinario della pastorale familiare. Penso, ad esempio, ai percorsi dedicati alle famiglie ferite: su questo la Chiesa si è mossa con decisione. Mi pare anche che sia diminuita la tentazione di mettere etichette: si è imparato ad ascoltare parole talvolta stonate, a mostrare un volto più compassionevole e ospitale. Le resistenze, tuttavia, esistono ancora. C’è chi, per paura, tende a riaffermare certezze in modo rigido, chiudendosi a riccio. Ma soprattutto si fatica a riconoscere la famiglia come soggetto della pastorale e non soltanto come destinataria. La vita quotidiana è frenetica, i tempi sono compressi e spesso le famiglie partecipano solo nelle emergenze. Sul terzo verbo, l’integrazione, siamo ancora all’inizio del cammino. Ci sono tentativi significativi, ad esempio nel mondo della disabilità o rispetto alle persone con orientamento omosessuale, ma la strada è ancora lunga.
Il crollo del numero dei matrimoni è una delle questioni più urgenti. Siamo rassegnati o esistono strategie per invertire la rotta?
Credo poco alle soluzioni magiche. Il calo dei matrimoni non è soltanto un problema ecclesiale, ma il segno di una trasformazione sociale profonda. Oggi manca la domanda: non c’è più, come un tempo, la percezione del matrimonio come segno pubblico per una comunità. Forse la generazione precedente non è riuscita a raccontare una dimensione nuziale affascinante e credibile. In una società liquida, sperimentare la bellezza dell’appartenenza a un corpo è più difficile. La Chiesa possiede strumenti importanti per ricostruire questo immaginario, ma fatica a intercettare le domande delle nuove generazioni o, in alcuni casi, a suscitarle. Non basta proporre percorsi: occorre tornare a generare desiderio.







