Nella basilica di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola, si è svolta ieri sera la seconda serata del Triduo in preparazione alla Solennità di San Francesco, presieduta dal Custode di Terra Santa, padre Francesco Ielpo.
Dopo aver posto nella prima meditazione la domanda sulla possibilità di lodare Dio nella sofferenza, la riflessione di questa sera ha mostrato come il Cantico delle Creature sia una lode globale, capace di abbracciare non solo la bellezza della creazione, ma anche la contraddizione dell’uomo. «Il Cantico – ha detto padre Ielpo – è una lode a Dio per tutto il creato, insieme a tutto il creato, compreso l’uomo: l’uomo vivente e sofferente, capace di odio e di perdono, chiamato a riconoscere che tutto ciò che Dio ha fatto è per lui».
La meditazione ha messo in risalto lo sguardo di Francesco, capace di vedere nel creato un segno concreto dell’amore di Dio. Padre Ielpo ha ricordato alcuni episodi delle Fonti francescane: il giardino in cui il Santo chiedeva di lasciare uno spazio libero alle erbe spontanee «perché potessero dire a ogni uomo: Dio mi ha fatta per te», o l’invito a imitare l’allodola, «umile uccello che anche nello sterco trova qualcosa di buono». «Francesco – ha osservato – ci educa a riconoscere che c’è sempre un motivo di lode, sempre un seme di bontà da scorgere, anche quando appare nascosto».
Un passaggio centrale è stato dedicato alla capacità di guardare il mondo con occhi di bambino, capaci di stupore e gratuità. Il Custode di Terra Santa ha raccontato l’esperienza di un pellegrinaggio in Terra Santa, durante il quale una bambina di sei anni, di fronte a una cascata inattesa nel deserto, aveva annotato nel suo quaderno: “Oggi sono stata contenta di aver sudato, perché le gocce del mio sudore sono cadute sulla terra per Gesù”. «Che cosa ha visto questa bambina – ha commentato – che noi adulti non riusciamo più a vedere? Forse proprio lo sguardo di Francesco: occhi puri, capaci di cogliere la bellezza gratuita e nascosta della creazione».
Infine, la riflessione ha indicato la sorgente di questo sguardo nuovo: l’esperienza personale del Dio vivente. «Francesco – ha sottolineato padre Ielpo – chiama Dio “mio Signore”. Egli non ha mai posseduto nulla, ma riconosce come suo solo il Signore che lo ha conquistato. È da questa esperienza autentica di Dio che nasce la sua capacità di vedere tutto come buono». Da qui il richiamo alla pace come frutto di una fede che unisce, non che divide: «Se vogliamo avere occhi capaci di riconciliazione, dobbiamo ripartire da Dio, da un’esperienza vera del Creatore che ama tutte le sue creature. Solo allora – ha concluso – la lode diventa universale, capace di abbracciare cielo e terra, e persino l’uomo con la sua libertà diventa degno di lodare il suo Signore nel perdono e nella riconciliazione».







