Il 18 aprile, Venerdì
Santo, si è; aperto con l'Ufficio delle Letture e le
Lodi in cui Fr. Claudio Peraro ha descritto la grazia
del secondo giorno del Triduo. Nella sua riflessione, il predicatore ha
sottolineato come il silenzio, iniziato con il
Gloria del Giovedì Santo, evolva
dall'adorazione del Corpo di Cristo all'altare della reposizione
alla contemplazione odierna del mistero della Sua morte
redentrice, un amore spinto sino
all'estremo.
«Questo silenzio che ci avvolge ha molteplici
sfumature – ha esordito fr. Claudio –.
Ieri sera siamo stati invitati a sostare in adorazione silenziosa dinanzi al
Corpo del Signore deposto all'altare della reposizione. Oggi, quel
silenzio si trasforma in contemplazione intensa del mistero
della morte redentrice del nostro Signore Gesù
Cristo. In questa quiete interiore, sentiamo ancora risuonare
le parole del Vangelo di ieri: "Dopo aver amato i suoi che erano nel
mondo, li amò sino alla fine", ovvero fino
al dono totale di Sé, della Sua stessa vita, fino
al compimento pieno del Suo amore. E questo mirabile evento si dispiega
pienamente nella liturgia che celebriamo oggi».
(nel
video, l'omelia integrale di Fr. Claudio al minuto
1'00'')
La liturgia di questo
pomeriggio prenderà; avvio con il sacerdote, i ministri e il diacono
prostrati a terra. «Questa prostrazione –
ha continuato – reca con sé
un duplice significato: da un lato, evoca
la prostrazione di Gesù nell'Orto degli
Ulivi, nell'angoscia della preghiera al Padre
affinché allontani da Lui quel calice di sofferenza;
dall'altro, simboleggia la nostra umiliazione di
creature terrene, la nostra partecipazione intima alla Sua passione,
riconoscendo la nostra origine fragile e la nostra natura caduca. Tuttavia,
ciò che celebriamo non è; il funerale del Figlio di Dio,
bensì il dono totale di Sé fino alla fine.
Ed è; proprio da questo atto di amore infinito che noi
nasciamo, che la Chiesa trae la sua
origine».
La liturgia della Parola
presenta un trittico: il Servo sofferente preannuncia
Cristo, il Messia intronizzato è; il Sommo
Sacerdote obbediente, e al centro la Passione
rivela Gesù come il Vivente che dona la vita. Due
accenti emergono: l'obbedienza di Gesù, che trasforma la
ripugnanza per la morte in libertà; totale e piena filiazione, e il
significato profondo del vaso "pieno" d'aceto, che
sottolinea la sete di Gesù come compimento di ogni sofferenza e
desiderio umano. La Passione di Cristo diviene così la passione di
ogni uomo, illuminando le nostre personali "vie
crucis".
L'ostensione
della croce ci invita a un'adorazione pasquale, pregna
della gioia della Risurrezione che si cela dietro il legno. Infine, la
comunione con le ostie consacrate il giorno precedente ci conduce nuovamente
al silenzio, una meditazione sul mistero della morte in preparazione
all'esplosione di gioia della Veglia Pasquale.







