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Profezie per la Pace

Dieci storie provenienti dai luoghi dei conflitti raccontano come, anche nelle ferite più profonde del nostro tempo, continuino a nascere segni concreti di pace e di speranza

Non racconta semplicemente la guerra. Racconta ciò che continua a nascere dentro la guerra. È questo il cuore di “Profezie per la Pace”, la mostra inaugurata il 1° agosto nell’ambito del GO! Franciscan Youth Meeting e visitabile durante i giorni dell’evento.

Nata per il Meeting per l’Amicizia fra i Popoli 2025 e realizzata da Gioventù Studentesca, l’esposizione accompagna il visitatore attraverso dieci storie provenienti da alcuni dei luoghi più feriti del pianeta – dalla Palestina a Haiti, dal Rwanda al Myanmar – dove uomini e donne hanno scelto di rispondere all’odio non con altra violenza, ma costruendo concretamente percorsi di riconciliazione e di pace.

La mostra prende le mosse da un appello lanciato da Papa Francesco il 15 ottobre 2022, quando, durante l’incontro dei movimenti ecclesiali in Piazza San Pietro, invitò tutti ad accompagnarlo nella “profezia per la pace”. Da quella provocazione è nato un lungo lavoro di ricerca che ha coinvolto studenti e docenti di Gioventù Studentesca.

Profeta è chi sa guardare in profondità la realtà di oggi

Ad accompagnare i visitatori sono giovani guide che hanno studiato personalmente ciascuna delle testimonianze esposte. Tra loro c’è Cecilia, che racconta come tutto il percorso ruoti attorno a un modo nuovo di intendere la parola “profezia”. «Quando sentiamo parlare di un profeta», spiega, «pensiamo subito a qualcuno che sa prevedere il futuro. In realtà il cardinale Pierbattista Pizzaballa ci ha insegnato un’altra cosa: il profeta è chi sa guardare in profondità la realtà di oggi. Anche dentro il caos, il sangue e le guerre, riesce a riconoscere i segni del bene che già esistono.»

All’ingresso della mostra una grande mappa del mondo restituisce tutta la drammaticità della situazione internazionale: 184 conflitti segnano oggi il pianeta. Ma l’obiettivo dell’esposizione non è fermarsi alla cronaca. «Di fronte a quel planisfero», continua Cecilia, «si potrebbe pensare che il mondo abbia una radice cattiva e disperarsi. La nostra domanda, invece, è un’altra: davvero il male è l’ultima parola? Oppure esiste un bene che continua a germogliare? La mostra nasce proprio per aiutare ciascuno a verificare questa possibilità.»

Per questo gli ideatori hanno scelto un metodo preciso: non partire dalle analisi geopolitiche, ma dai volti. «Abbiamo studiato i conflitti entrando dentro le ferite delle persone. Non volevamo raccontare la guerra dall’alto, ma scendere tra le macerie e incontrare uomini e donne che, pur vivendo l’orrore, continuano a essere liberi, lieti e capaci di costruire pace.»

È il motivo per cui il cardinale Pierbattista Pizzaballa definisce questi testimoni i “risorti di oggi”: persone che, immerse nella violenza, continuano a testimoniare che una speranza è ancora possibile. Tra le storie raccontate, Cecilia ricorda quella di una piscina costruita ad Aleppo da Pro Terra Sancta. «Quando guardi la città vedi solo distruzione. Ma se impari a osservare tutta la realtà, scopri una piscina…. Quella piscina non cancella la guerra, ma dice che la vita continua. È questa la profezia.»

Interrompere la spirale dell’odio

Un altro filo conduttore attraversa tutta l’esposizione: la convinzione, cara a don Tonino Bello e ripresa più volte da Papa Francesco, che la guerra inizi quando si smette di riconoscere il volto dell’altro. Per questo la mostra raccoglie le storie di persone che hanno scelto di interrompere la spirale dell’odio: madri israeliane e palestinesi accomunate dallo stesso dolore, religiosi che hanno deciso di restare accanto ai più deboli, uomini e donne che hanno preferito il perdono alla vendetta. «La pace», osserva Cecilia, «non nasce da un’idea astratta. Nasce quando una persona decide di affermare il desiderio di bene che porta nel cuore invece dell’odio che la guerra vorrebbe imporre.»

Il percorso espositivo accompagna così il visitatore non per negare il male, ma per mostrare che dentro ogni ferita può già essere presente un seme di rinascita. Un messaggio che risuona con particolare forza proprio ad Assisi, città di san Francesco e, quest’anno, cuore dell’Anno Centenario del Transito del Poverello. «La pace», conclude Cecilia, «non è qualcosa che dobbiamo aspettare arrivi un giorno. È una presenza che c’è già. La sfida è imparare a riconoscerla. Essere profeti significa proprio questo: accorgersi che, anche dentro il buio, esiste già una luce.»

“Profezie per la Pace” è visitabile gratuitamente durante il GO! Franciscan Youth Meeting e rappresenta uno degli itinerari culturali e spirituali proposti ai giovani che in questi giorni hanno raggiunto Assisi da tutta Europa e dal mondo. Un invito a guardare il presente con occhi diversi, scoprendo che la speranza non nasce dall’assenza dei conflitti, ma dalla presenza di uomini e donne che, ogni giorno, scelgono di costruire la pace.

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