Si è chiuso ad Assisi il GO! – Franciscan Youth Meeting, l’incontro europeo dei giovani che nei giorni scorsi ha radunato oltre duemila ragazzi e ragazze provenienti da tutta Italia e da molti paesi europei, in occasione dell’VIII centenario del transito di san Francesco. Al termine di un cammino intenso, fatto di ascolto, confronto e lavoro comune, i giovani portano ora con sé un testo che ne raccoglie il frutto più autentico: la Carta Missionaria.
Una parola che provoca
Il percorso che ha portato alla Carta è partito, il 4 agosto, da una serie di provocazioni: interventi e testimonianze pensati per smuovere, interrogare, disturbare in senso buono, più che per offrire risposte preconfezionate. Non è un caso che la parola “provocazione” sia stata scelta e custodita con cura lungo tutto l’itinerario formativo: essa porta in sé un duplice movimento. Da un lato richiama la vocazione — il “chiamare a”, il mettersi in ascolto di una voce che viene da fuori e da dentro. Dall’altro contiene l’invito a provocare azione, a trasformare l’ascolto in movimento, traducendo in scelte concrete ciò che si è udito nel cuore.
Le provocazioni del 4 agosto hanno toccato temi molto diversi tra loro, eppure profondamente intrecciati: il Cantico delle Creature, la vita di san Francesco, la vocazione, l’economia, la cura del creato, il modo francescano di amare attraverso i voti, il rapporto tra l’arte e la vita, la ricerca della verità, e ancora Francesco nel suo rapporto con le periferie — con quei luoghi e quelle vite ai margini che il Poverello ha scelto di abitare per primo. Nove porte d’ingresso diverse per un’unica domanda: come vogliamo stare al mondo?
Dall’ascolto al laboratorio
Il giorno seguente, il 5 agosto, i ragazzi sono diventati protagonisti del percorso. Attraverso una serie di laboratori esperienziali, articolati sugli stessi temi affrontati il giorno prima, si sono messi in gioco in prima persona, confrontandosi in piccoli gruppi, scrivendo, discutendo, cercando insieme le parole giuste per dire ciò che avevano ricevuto. È in questo doppio movimento — ascoltare e poi lavorare, ricevere e poi restituire — che va cercata la vera natura della Carta Missionaria: un testo nato dal basso, dalla fatica bella di mettere in comune esperienze, dubbi e desideri di migliaia di giovani, lontano dalla logica di un documento calato dall’alto.
Che cosa dice la Carta
Nei nove punti che la compongono, la Carta propone un modo concreto di abitare la realtà, evitando la scorciatoia degli slogan. Si parte dal riconoscimento di Francesco come figura umana prima ancora che santa — una santità che può germogliare proprio dalle nostre contraddizioni, anche attraverso di esse. Da qui si sviluppa un cammino che tocca l’ascolto come scelta (il silenzio di chi accoglie, il silenzio che apre all’altro), la fraternità come alternativa alla competizione, la cura del creato come casa comune, un uso più consapevole della tecnologia, la bellezza come via di riparazione delle relazioni ferite.
Colpisce, in particolare, l’invito a una “disobbedienza creativa”: il coraggio di seguire ciò che si riconosce vero anche quando questo significa uscire dai sentieri già tracciati, sottraendosi ai filtri che la società impone. È un’eco fedele, e insieme originale, dello spirito di Francesco — quell’uomo che seppe dire “no” al mondo del padre per dire un “sì” più grande. Colpisce anche la scelta dell’essenziale come via all’autenticità: “è proprio il poco a rendere più autentiche le relazioni”, scrivono i giovani, in un tempo che continua a proporre l’accumulo come misura della felicità.
Cuore puro, gioia profonda
C’è poi un filo che attraversa gli ultimi punti della Carta e che merita di essere sottolineato: la scelta di un cuore puro, orientato con semplicità a ciò che è vero, buono e bello, libero dalle maschere che spesso indossiamo per piacere o per difenderci. È la stessa purezza di sguardo che permette di riconoscere, nelle proprie crepe e in quelle degli altri, lo spazio in cui Dio può abitare.
Da questo cuore sgorga la scelta, altrettanto decisa, di una gioia pura, capace di andare in profondità. Non si tratta dell’euforia del momento, destinata a spegnersi al primo urto, bensì di una gioia capace di attraversare le difficoltà e di diventare speranza, luce per chi cammina accanto, forza per non fermarsi. È una gioia che i giovani descrivono come una decisione da abitare, più che come un sentimento da inseguire — l’unica capace, dicono, di farsi testimonianza credibile nelle proprie comunità e nel mondo.
Un dono al Santo Padre
La Carta Missionaria è andata oltre i confini del Meeting: è stata consegnata a Papa Leone XIV, a conclusione dell’incontro con i giovani. Un gesto che dà pieno significato a tutto il cammino compiuto: una parola viva, portata fino al successore di Pietro come segno della fede e del desiderio missionario di una generazione che ad Assisi ha scelto di mettersi in ascolto e di rimettersi in cammino.
Un punto di partenza, non di arrivo
La Carta si chiude con un desiderio che è insieme un impegno: ripartire da Assisi con il cuore aperto, per essere — nelle proprie comunità, nella vita quotidiana — “testimoni credibili” dell’amore di Dio. Più che un documento da archiviare, è una bussola che questi giovani portano ora con sé, tornando nelle loro parrocchie, città, fraternità, scuole, luoghi di lavoro.
Come famiglie francescane, accogliamo questa Carta con gratitudine e con responsabilità. Gratitudine, perché testimonia quanto il carisma di Francesco continui a parlare — e a provocare — il cuore delle nuove generazioni. Responsabilità, perché un testo come questo chiede di essere accompagnato: averlo scritto e ascoltato ad Assisi è solo l’inizio. Occorre ora custodirlo, rileggerlo, lasciare che continui a “provocare azione” nella vita di ciascuno.
Il testo integrale della Carta Missionaria è disponibile di seguito.
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