Fra Emanuele Gelmi è rientrato da pochi giorni da Leffe, la sua comunità natale, in provincia di Bergamo, dove ha portato tra la sua gente la terra del luogo del transito di San Francesco: questa reliquia speciale gli ha offerto la possibilità di condividere momenti di catechesi legate al Transito di san Francesco, in un tempo liturgico in cui gli abitanti delle valli celebrano il triduo dei defunti.
In questa occasione abbiamo voluto rivolgergli alcune domande: con semplicità e profondità, ha condiviso con noi il senso di questa esperienza, intrecciando memoria personale, gratitudine e annuncio evangelico.
Che significato personale ha avuto per te portare la reliquia della terra del transito di San Francesco nella parrocchia di Leffe?
Sicuramente un significato profondo e toccante: innanzitutto, è stato un modo per ringraziare la parrocchia, con i suoi sacerdoti che in questi anni si sono alternati e tutti i paesani, per il bene che ho ricevuto in questi 45 anni di vita. La mia vocazione è nata in parrocchia, soprattutto all’oratorio, e sono immensamente grato del tempo che ho vissuto in questi luoghi. È stata quindi una restituzione di questo bene e la gente ha apprezzato la presenza di questa terra – anche perché abbiamo collocato questo momento all’interno del cosiddetto “Triduo dei defunti”. In alcuni paesi delle valli bergamasche e bresciane c’è ancora la tradizione di dedicare tre giorni di preghiera per i nostri cari defunti, lo si fa con celebrazioni varie e montando dietro l’altare dei grandi apparati liturgici detti “raggiere”, pieni di luci e ornamenti solenni che sono come dei grandi ostensori; infatti, durante l’adorazione eucaristica il Santissimo Sacramento viene posizionato al centro di questi apparati.
Quando una reliquia come questa giunge in una comunità provata anche da lutti recenti, quale speranza porta con sé? Che cosa desideri accada nel cuore delle persone?
La presenza della reliquia della terra di Francesco è stata per me l’occasione per parlare della vita del Santo e di come ha potuto chiamare la morte “sorella”. Il mio paese è stato molto colpito dai lutti causati dal COVID: le colonne di camion militari che portavano via le bare sono partite anche dalla mia valle, dai paesi attorno al mio e dal mio stesso paese. Inoltre, l’anno scorso il mio paese ha vissuto la perdita di alcune persone giovani molto coinvolte nelle attività della parrocchia e del paese e quindi ho sentito forte la responsabilità di affrontare un tema del genere in questi luoghi. Ecco perché, più che focalizzarmi sulla morte del Poverello, ho voluto parlare della sua vita partendo proprio dal suo testamento cioè dalle ultime parole che il Poverello ha consegnato ai suoi frati per riassumere le scelte e le esperienze più importanti della sua vita.
Nel corso delle catechesi legate alla peregrinazione della Reliquia della terra di San Francesco, c’è stato un momento che ti ha toccato in modo particolare?
Le catechesi sono state inserite nelle varie celebrazioni che si sono susseguite durante i tre giorni di triduo sia all’interno della messa, la predicazione era fatta al posto dell’omelia, e anche in altri momenti liturgici vissuti il pomeriggio, vespri e adorazione. Mi ha colpito in particolare la sete della gente di ascoltare una parola legata alla vita partendo dall’esempio di Francesco, ma per giungere a Gesù. C’è grande sete di verità, c’è un grande desiderio di ascoltare una parola che salva. Ecco, più che un’esperienza singola, ho visto proprio questa sete all’interno delle persone del mio paese.
San Francesco ci parla attraverso una terra umile, la polvere del suo ultimo passaggio terreno. Quale messaggio consegna oggi questa “terra” a un mondo spesso distratto e rumoroso?
Francesco muore nudo sulla nuda terra, ci insegna quindi che per chiamare la morte “sorella” bisogna spogliarsi di tutto. La vita lo ha messo di fronte a tante spogliazioni, non solo quella famosa in cui lui si spoglia dei vestiti (e dei beni) restituendoli al padre all’inizio della sua conversione, ma anche tante altre: la spogliazione della salute fisica, la spogliazione della guida del suo ordine, la spogliazione di sé stesso, delle sue idee, del suo orgoglio. Ecco questa terra ci ricorda che siamo anche noi fatti di terra, ma impastati con lo Spirito di Dio e allora questo Spirito può tornare al Padre, vivendo in eterno con Lui, se la “terra” rimane al suo posto cioè se diamo alle cose del mondo la giusta importanza vivendole con libertà, con il giusto distacco. Francesco ci dice innanzitutto di vivere la nostra unica vita in pienezza e dando spazio alle persone e alle cose più importanti che sono quelle di Dio.
Se dovessi riassumere in una sola parola – o in un’immagine – l’eredità spirituale di questa peregrinazione, quale sceglierebbe?
Alle comunità che accoglieranno la reliquia della terra di Francesco dico: vivete! Guardando a questa terra ricordate come San Francesco ha vissuto: in pienezza, provandoci sempre, senza timore anche di sbagliare, ma amando! E allora grato ancora per questa esperienza vissuta, auguro a tutte le comunità che pregheranno, grazie alla presenza della terra di San Francesco, la capacità proprio di amarsi gli uni con gli altri.







