Il 15 luglio la Chiesa celebra la memoria liturgica di San Bonaventura, frate minore, teologo e mistico, figura cardine della spiritualità francescana.
Per l’occasione abbiamo incontrato fr. Matteo Curina, guardiano del Santuario dell’Eremo delle Carceri ad Assisi e studioso del santo di Bagnoregio, per riscoprire insieme la ricchezza di un’eredità spirituale e teologica troppo spesso dimenticata, o poco conosciuta.
Studiare Bonaventura per tornare alle radici
Fr. Matteo ha concluso il suo dottorato alla Pontificia Università Gregoriana con una tesi dal titolo La Trinità del mondo nelle Collationes in Hexaëmeron, un lavoro che verrà pubblicato in autunno: si tratta dell’ultima raccolta incompiuta del teologo francescano. Bonaventura fu infatti interrotto nel suo lavoro quando, nel maggio del 1273, ricevette la berretta cardinalizia e fu consacrato vescovo. «Non mi reputo un esperto di Bonaventura – chiarisce fr. Matteo – ma ho scelto di studiarlo perché, da frate, mi sembrava importante tornare ai padri della nostra tradizione».
Meno noto di Francesco, meno popolare di Antonio
«Se volessimo confrontare San Bonaventura con San Francesco o con Sant’Antonio, il paragone non reggerebbe minimamente!», osserva subito fr. Matteo. «San Bonaventura è molto meno conosciuto, anche perché c’è stata molto meno devozione popolare nei suoi confronti: è stato un grande teologo che ha segnato la riflessione nella Chiesa, ma anche in questo caso si è dovuto confrontare con un altro gigante: San Tommaso d’Aquino».
Maestro a Parigi, guida dell’Ordine
Giovanni Fidanza – questo il nome di battesimo di Bonaventura – nacque a Bagnoregio intorno al 1217 e fin da giovane si distinse per il suo ingegno. Entrato nell’Ordine dei Frati Minori nel 1243, dopo gli studi a Parigi sotto maestri illustri come Alessandro di Hales, divenne un punto di riferimento per la formazione teologica dei frati. Il suo magistero a Parigi fu parallelo a quello di Tommaso d’Aquino: entrambi furono nominati professori nello stesso anno, il 1257, e morirono lo stesso anno, il 1274, a pochi giorni di distanza.
Ma Bonaventura non fu solo uno studioso.
Fu anche Ministro generale dell’Ordine francescano e, in quel ruolo, affrontò una delicatissima stagione di crisi e frammentazione interna. «Di certo il servizio da Ministro generale dell’Ordine non l’ha facilitato nella pubblicazione e nello studio», afferma Fra Matteo. «Eppure, è stato una benedizione, perché l’Ordine, in quegli anni, rischiava di prendere linee eterodosse, per non dire eretiche. Le Constitutiones Narbonenses, ma soprattutto la Legenda Maior sono state azioni di finissima strategia politica che hanno salvato l’Ordine dei frati minori da un naufragio quasi sicuro: le prime educavano i frati regolando mediante leggi il loro stile di vita (le costituzioni sono una serie di leggi canoniche con cui si interpreta e si attualizza la regola di vita data dal fondatore, ndr); la Legenda maior invece aveva lo scopo non solo di narrare la vita di Francesco, ma molto più di formare le giovani generazioni dei frati sull’esempio del Poverello».
Un’opera che ha educato generazioni di frati
«Ora – continua il Guardiano dell’Eremo – se le costituzioni sono state via via riscritte e riformulate, soprattutto all’interno delle varie correnti che si sono susseguite nei secoli, la Legenda Maior è stato il manuale di francescanesimo per secoli (fino agli anni 50 del ‘900) in tutte le varie ramificazioni dell’ordine (osservanti, conventuali, cappuccini, riformati, alcantarini…)».
Un’anima mistica in cammino verso Dio
Un altro tratto distintivo della vita di Bonaventura fu la sua profonda apertura all’esperienza mistica. Fu anche autore di testi che ancora oggi ispirano e interrogano. Uno su tutti: Itinerarium mentis in Deum. «È un piccolo libello», spiega fr. Matteo, «che ha la pretesa di condurre il lettore a un itinerario verso Dio. Il percorso si struttura in sette capitoli: si parte dalle creature, che sono come impronte del Creatore, si passa per l’uomo, immagine di Dio, e si arriva infine al mistero del Dio Uno e Trino. L’ultima tappa è un abbandono totale nella “nube della non-conoscenza”, dove Bonaventura invita il lettore a cercare “la grazia, non la scienza, il desiderio non l’intelletto, il sospiro della preghiera non la brama del leggere… non la luce ma il fuoco”».
Una mistica ardente, profondamente radicata nella tradizione agostiniana. E riguardo il rapporto fra teologia e filosofia in Bonaventura, fr. Matteo riflette: «Il tema è complesso. Nel Medioevo per “filosofia” si intendeva molto più di quanto intendiamo noi oggi. Bonaventura, come tutti i medievali, è un discepolo di Agostino, il vero magister dei latini. E insieme ad Agostino, segue molto Ugo di San Vittore, Anselmo, Riccardo di San Vittore…».
Il “Serafico” nel nome e nello spirito
Ma perché è chiamato Dottore Serafico? Fr. Matteo sorride: «Di certo per via del suo profondo misticismo e della sua profonda conoscenza della teologia, unita a un ardente amore per Dio, che lo accomunano all’ordine degli angeli serafini. Ma non è esclusa del tutto una specie di “competizione” con i domenicani: loro avevano Tommaso, detto l’Angelico… noi francescani avevamo Bonaventura, e non poteva che essere il Serafico. Per il riferimento alle gerarchie angeliche – i Serafini sono i più vicini a Dio – e per il legame con Francesco e il Serafino che gli impresse le stimmate alla Verna».
Così, mentre il 2024 ha segnato il 750° anniversario della sua morte, l’eco del Dottore Serafico risuona ancora oggi, invitandoci a riscoprire la profondità di un pensiero che, nel suo ardente connubio di sapienza e misticismo, continua a illuminare il cammino verso l’incontro con il divino.
Di recente pubblicazione di Fra Matteo Curina, il volumeLa Trinità e il mondo nelle Collationes in Hexaëmeron di Bonaventura da Bagnoregio, Analecta Gregoriana 338, 2026, Studium Edizioni







