La settimana scorsa la comunità del Santuario di San Pietro in Silki, a Sassari, ha celebrato con solennità la festa liturgica dell’apostolo Pietro, a cui è dedicata la chiesa.
Le celebrazioni del 28 e del 29 giugno hanno riunito i fedeli in preghiera rinnovando il legame profondo con il patrono degli apostoli.
Il Santuario, che sorge sul sito dell’antico villaggio di Silki, vanta una storia millenaria: la sua fondazione, datata tra il 1065 e il 1082, è attestata nel Libellus Judicum Turritanorum. Originariamente annessa a un’abbazia di monache benedettine, la chiesa fu riedificata in stile romanico nel XIII secolo, subendo poi ulteriori ristrutturazioni tra il XV e il XVII secolo. Nel 1467, il monastero passò ai frati minori osservanti, un cambiamento voluto dall’arcivescovo Antonio Cano e dalle autorità cittadine, che ne segnarono una nuova fase di vita spirituale e comunitaria.
Di seguito, pubblichiamo il testo integrale dell’omelia pronunciata in occasione della festa da fr. Massimo Chieruzzi, per approfondire la riflessione sul significato del cammino di fede che San Pietro rappresenta per la comunità cristiana di Sassari:
Nella tradizione iconografica san Pietro è generalmente raffigurato nei panni del ruolo primaziale affidatogli da Gesù stesso, nella forma compiuta di apostolo. É molto utile per la nostra vita spirituale soffermarsi a considerare l’intero percorso di sequela di Pietro, il quale sin da subito mostra un grande slancio nell’adesione al suo Maestro ma, allo stesso tempio, anche tanta reticenza a entrare nella logica della croce prospettata da Gesù: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mt 16,24).
Solo dopo il suo drammatico rinnegamento e il pianto amaro scaturito dall’incrocio di sguardi con il maestro, Pietro finalmente apre agli occhi e riconosce che il silenzio sconcertante di Gesù di fronte ai suoi carnefici costituiva l’attuazione della salvezza di Dio per l’umanità: “dalle sue piaghe siamo stati guariti” (1Pt 2,24).
Pietro, che rimproverava Gesù quando annunciava la necessità della sua condanna a morte (Mt 16,22-23), dopo aver finalmente compreso che quella era davvero l’unica via della Vita, si definisce “testimone delle sofferenze di Cristo” (1Pt 5,1).
Una volta convertito, Pietro vede nella passione di Gesù l’esempio da imitare (1Pt 2,18-25); essa diviene per lui persino causa di “gioia indicibile e gloriosa” (1Pt 1,9) certo che, essendo in comunione con le sofferenze di Cristo, parteciperemo anche alla sua gloria (cf. 1Pt 4, 13). La guarigione operata dalle piaghe di Cristo, il quale “portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce” (1Pt 2,24), e la vita nuova derivante dalla sua risurrezione (1Pt 1,3) vanno custodite, perché il “leone ruggente va in giro, cercando chi divorare” (1Pt 5,8).
A tal fine, Pietro dà tre indicazioni per restare nella Vita: tenere lontano ogni compromissione col peccato; nutrirsi della Parola di Dio come un bimbo desideroso del latte materno; non staccarsi dalla comunità credente ma, come pietre vive, impegnarsi nella costruzione dell’edificio spirituale fondato su Cristo (cf. 1Pt 2,4-5).







