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Una luce nella notte di San Damiano

Ad Assisi la veglia per santa Chiara nel luogo della sua morte. Sotto la finestra della stanza delle «sorelle povere», pellegrini raccolti in preghiera nella sera del 10 agosto

Sul dolce pendio di Assisi, nella notte, una finestra rimane accesa. È quella della stanza di San Damiano dove Chiara trascorse gli ultimi giorni e dove, l’11 agosto 1253, concluse la sua vita terrena. Una piccola luce affacciata sulla piazzetta del santuario, quasi una candela nel buio, che nella sera del 10 agosto ha accompagnato ancora una volta la preghiera dei numerosi pellegrini giunti per la tradizionale veglia in onore della santa.

Presieduta da S.E. Mons felice Accrocca, Vescovo di Assisi-Gualdo T.-Nocera U.e  di Foligno, la celebrazione ha avuto il tono raccolto e intimo che appartiene a questo luogo. Il silenzio, i canti, la Parola, le fiammelle dei ceri nella calda notte assisiate: tutto, a San Damiano, sembra ricondurre all’essenziale.

È qui che Chiara visse per oltre quarant’anni, dopo aver lasciato la casa paterna per seguire Francesco nella radicalità del Vangelo. Ed è qui che prese forma l’esperienza delle «sorelle povere», destinata a diffondersi rapidamente ben oltre Assisi. Una vita nascosta che avrebbe generato una storia universale.

L’omelia di monsignor Accrocca

Commentando il Vangelo, monsignor Felice Accrocca ha riletto la figura di Chiara attraverso l’immagine evangelica del profumo che, a Betania, riempie tutta la casa dopo l’unzione di Gesù. Quella casa, ha spiegato, è immagine della Chiesa, nella quale «il profumo di Cristo deve espandersi a partire dalla vita dei suoi figli». Ed è proprio ciò che avvenne nell’esistenza di Chiara: «Ha fatto della sua vita un dono, ha spezzato l’alabastro del suo corpo», consegnandosi alle sorelle, alla sua città e a tutti. Da qui la domanda affidata a ciascuno: «La mia vita cosa spande intorno a sé? Il profumo di Cristo o il fetore del peccato?».

Accrocca ha quindi richiamato la testimonianza di Benvenuta di Madonna di Ambra al processo di canonizzazione, che tratteggia Chiara come donna umile, «accesa dell’amore di Dio» nell’orazione e nella contemplazione, lieta nell’essenzialità e «meravigliosa» nei digiuni e nelle veglie. Una santità maturata non nell’eccezionalità di un momento, ma nella fedeltà quotidiana: «È facile fare gli eroi un giorno, ma è nel martirio della vita e della quotidianità che è attesa una risposta». La luminosità dell’esistenza di Chiara, ha concluso, possa diventare uno specchio che insegni anche oggi «a fare della nostra vita un dono per gli altri» e ad attraversare la morte sapendo di «non andare verso il nulla, ma di andare incontro a Qualcuno».

Il saluto delle Sorelle Povere

Nel saluto delle Sorelle Povere, letto da fra Simone Ceccobao, è tornata invece la memoria di San Damiano come luogo nel quale prese forma l’intera avventura evangelica di Chiara. Proprio qui, nel luogo ricostruito «pietra su pietra» da Francesco, la sua «pianticella» ricevette il dono delle sorelle e, giorno dopo giorno, consegnò tutta se stessa al Signore, fino a diventare una cosa sola con Cristo. Chiara poté così «partire sicura», nella certezza di essere figlia amata, perché anche nella malattia, nella fragilità e nella dipendenza dalle sorelle «l’amore di Cristo l’ha sempre resa felice».

Le Sorelle hanno poi allargato questa eredità a quanti ancora oggi si lasciano raggiungere dalla testimonianza della santa: «Della luce che da Chiara si irradia nei secoli siamo tutti avvolti». Da qui l’invito a riconoscere, come lei, «le orme del Signore lungo i sentieri della vita» e ad accogliere «il dono, il limite e la povertà del quotidiano» come luoghi della sua presenza discreta. È proprio nel cuore povero dell’uomo, hanno concluso, che può essere accolto «Colui che i cieli con tutte le cose create non possono contenere».

L’offerta dei fiori e dei ceri

Particolarmente intenso, alla fine della veglia, il momento dell’offerta dei fiori e dei ceri nel luogo dove Chiara morì. Mons. Accrocca, accompagnato dalle Suore Angeline e Francescane, li ha deposti mentre i fedeli rimanevano raccolti in preghiera.

Gli ultimi giorni di Chiara furono segnati anche da un’attesa a lungo custodita. Il 9 agosto 1253 Innocenzo IV approvò la Regola da lei scritta per le sue sorelle. Chiara poté riceverla prima di morire e, secondo la tradizione, la baciò con devozione. Due giorni dopo, l’11 agosto, si spense a San Damiano pronunciando parole che ancora oggi conservano la forza di una confidenza: «Tu, Signore, sii benedetto, che mi hai creata».

Anche per questo la luce sembra appartenere in modo particolare alla storia di Chiara. Nella notte di Natale del 1252 la santa, ormai inferma, era rimasta sola nel dormitorio di San Damiano mentre le sorelle partecipavano alle celebrazioni. Avrebbe desiderato unirsi alla preghiera. Le antiche fonti raccontano che, mentre pensava al Bambino di Betlemme, poté udire miracolosamente i canti e la liturgia che i frati stavano celebrando, e vedere il presepe del Signore. La Vita di santa Chiara vergine racconta che udiva il salmodiare dei frati, il canto e perfino il suono degli strumenti, come se quanto avveniva lontano fosse diventato improvvisamente presente davanti a lei.

Sette secoli più tardi, il 14 febbraio 1958, Pio XII avrebbe ricordato proprio quell’episodio proclamando Chiara patrona universale della televisione. Una donna del XIII secolo, vissuta nella clausura e nel silenzio, diventava così patrona di uno dei più potenti strumenti moderni capaci di superare le distanze e portare immagini e voci nelle case.

Ma la luce accompagna Chiara fin dalle origini. Nella bolla di canonizzazione Clara claris praeclara, Alessandro IV ricordava la profezia ricevuta dalla madre prima della sua nascita: avrebbe generato «una luce tale da rischiarare grandemente l’universo».

Otto secoli dopo, quando i canti della veglia finiscono e San Damiano torna al silenzio, quella profezia sembra racchiudersi nuovamente in qualcosa di molto piccolo: una finestra accesa sopra una piazza, una candela nella notte.

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