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Verso il Transito di san Francesco, la povertà come forma della speranza

Fra Marco Vianelli: «Francesco ci insegna ad abitare il presente come luogo della presenza di Dio»: nell’ottavo centenario della morte del Poverello, la nudità di Francesco torna a interrogare il nostro modo di stare davanti a Dio, agli altri e al creato

Nell’anno dell’ottavo centenario della morte di san Francesco, la Basilica di Santa Maria degli Angeli ha celebrato il 3 ottobre 2026 la solenne celebrazione eucaristica “nel Transito di San Francesco”, memoria viva di quella notte del 1226 nella quale Francesco volle essere deposto «nudo sulla nuda terra», consegnando fino all’ultimo respiro la propria vita a Dio. La santa messa è stata presieduta da fra Marco Vianelli, Ministro provinciale dei Frati Minori di Umbria e Sardegna, alla presenza dei frati, delle autorità religiose, politiche e di numerosi fedeli e pellegrini giunti ad Assisi per vivere uno dei momenti centrali dell’anno centenario.

La celebrazione si è aperta con la tradizionale processione delle Confraternite, accompagnate dallo Storico Cantiere di Marino e da Valeria De Luca, Frate Jacopa 2026. Nella mattinata, nel Refettorietto del convento della Porziuncola, De Luca aveva ricevuto il riconoscimento «Frate Jacopa – Rosa d’Argento» 2026, conferito dal Custode della Porziuncola, fra Saul Tambini. Un legame, quello con Jacopa dei Settesoli, che nella memoria del Transito restituisce alla celebrazione la dimensione concreta della cura, dell’amicizia e della prossimità che accompagnarono Francesco negli ultimi giorni della sua vita.

La povertà come conformazione a Cristo

Nell’omelia, fra Marco Vianelli ha scelto di rileggere la povertà francescana non come semplice rinuncia ai beni, ma come una forma della relazione e, più profondamente, come conformazione a Cristo. È «alla scuola di Gesù» che Francesco impara a stare davanti a Dio, al fratello e al creato, ha sottolineato il Ministro provinciale: la sua scelta di povertà nasce dal desiderio di «assomigliare all’Amato» e diventa immediatamente una «grammatica relazionale». Essere poveri, allora, significa non possedere l’altro, non ingabbiarlo nelle proprie attese, non trattenerlo. «Scegliere di essere povero per Francesco vuol dire non trattenere», ha osservato fra Marco, evocando quelle «mani bucate» che rimandano alle mani trafitte di Cristo: mani segnate non dalla mancanza, ma da un’esperienza d’amore capace di lasciare libero l’altro.

Da questa prospettiva, la povertà diventa anche un modo di abitare il tempo. Francesco, ha spiegato fra Marco, non fugge dagli incontri e non vive il presente come uno spazio vuoto in attesa di un domani migliore: riconosce invece nell’oggi il luogo nel quale Dio si dona. «Il presente è gravido di futuro», perché porta già in sé l’eco di una promessa. Per questo «la povertà è una declinazione della speranza»: libera dall’avidità di accumulare sicurezze, cose e relazioni e restituisce l’uomo al kairos, al tempo da accogliere e abitare. Il contrario di questa nudità è l’avidità, la necessità di trattenere e possedere, che finisce per deformare lo sguardo sull’altro. Francesco, invece, «nudo sulla terra nuda», continua a consegnare una provocazione radicale: stare davanti al fratello, al creato e al mondo come uomini e donne capaci di speranza, perché affidati al Signore della vita.

Riconoscere nel volto del fratello i tratti di Cristo.

Nella parte conclusiva dell’omelia, il Ministro provinciale ha richiamato anche il gesto della donna del Vangelo che si prende cura del corpo di Gesù. Un gesto apparentemente piccolo, quasi uno spreco agli occhi di chi guarda, che diventa invece un atto di culto e attraversa il tempo proprio perché è gesto di cura. È qui che la memoria del Transito acquista una particolare profondità: nell’intreccio tra la povertà di Francesco e la cura ricevuta, tra la nudità di chi non trattiene nulla e la tenerezza di chi si fa prossimo. Nell’ottavo centenario, il Transito non consegna così soltanto il ricordo della morte del Santo, ma una domanda rivolta all’oggi: come stare davanti all’altro senza possederlo, come abitare il presente senza divorarlo, come riconoscere nel volto del fratello i tratti di Cristo.

Offerta dei fiori

Nel corso della celebrazione, fra Saul Tambini, Custode della Porziuncola, ha consegnato a Valeria De Luca  il riconoscimento “Rosa d’Argento” 2026, omaggio alla dedizione e al significato profondo del ruolo di Frate Jacopa all’interno delle celebrazioni francescane.

È stata proprio Valeria De Luca a offrire infine i doni tradizionali secondo quanto tramandato dalla viva voce di Francesco: un panno cenerino, simbolo di umiltà e penitenza, ceri per la sepoltura, mostaccioli e incenso. I doni sono stati consegnati al Ministro Provinciale, per poi andare ad arricchire la Cappella del Transito. Un gesto carico di bellezza simbolica che ha riecheggiato la lettera indirizzata alla nobile romana – letta con intensità e commozione da fr. Matteo Ferraldeschi: «E porta con te un panno di colore cenerino per avvolgere il mio corpo e i ceri per la sepoltura. Ti prego anche di portarmi quei dolci, che tu eri solita darmi quando mi trovavo malato a Roma».

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