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Vivere l’unità cristiana a Cipro

Intervista a fra Bernard, frate minore della Provincia serafica di Umbria e Sardegna, oggi parroco nell’isola di Cipro

In occasione della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani (18-25 gennaio 2026) abbiamo raggiunto fra Bernard Thilagarajah, frate minore della Provincia serafica di Umbria e Sardegna, attualmente parroco della comunità di Santa Caterina a Limassol, nell’isola di Cipro, caratterizzata da una consistente presenza di popolazione migrante, e dove tale pluralità contribuisce a definire un quadro sociale ed ecclesiale eterogeneo, che richiede specifiche attenzioni pastorali e istituzionali.

Il racconto di fra Bernard restituisce uno sguardo concreto, non idealizzato, sul vivere la fede, la fraternità e il dialogo in un contesto ecclesiale minoritario, migrante e segnato da profonde fratture storiche e culturali. 

Fra Bernard, da settembre vivi e operi a Cipro. Come si inserisce la vita di frate minore nel contesto multiculturale e multiconfessionale dell’isola?

«La nostra è una comunità francescana molto ridotta, composta solo da due frati. Pur nel nostro piccolo, ci impegniamo a garantire il servizio pastorale, e la nostra presenza assume un ruolo significativo nel sostegno spirituale e nella vita quotidiana dei fedeli. La maggior parte delle nostre attività è dedicata alla pastorale e alla gestione parrocchiale, con particolare attenzione alle esigenze locali». La parrocchia di Limassol riflette una composizione fortemente migratoria, che interpella quotidianamente la forma della vita ecclesiale. «È una comunità fortemente caratterizzata dalla presenza di persone di molte etnie e culture; la maggioranza sono immigrati. Abbiamo filippini, che costituiscono il gruppo più numeroso, poi srilankesi, indiani, inglesi, irlandesi e molti altri. In questo contesto ci troviamo di fronte a una grande sfida: comprendere le differenze culturali, etniche e anche religiose. La prima differenza religiosa, infatti, è già presente all’interno delle diverse confessioni cristiane».

Qual è il quadro ecclesiale in cui si colloca la presenza cattolica a Cipro?

«Noi qui a Cipro siamo chiamati i “latini”. La nostra è una presenza che risale a più di cinquecento anni fa ma solo da poco più di un anno abbiamo di nuovo un vescovo sull’isola, Mons. Bruno Varriano, nominato nel 2024».

La dimensione francescana incide anche sullo stile di governo e di comunione. «Il Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme del Latini, e Mons. Bruno Varriano sono entrambi frati francescani. Questo è un bene, perché conoscono e condividono la stessa sensibilità per la crescita nella vita comunitaria. Mensilmente ci ritroviamo con il vicario patriarcale, monsignor Bruno, e questo rappresenta per noi un incoraggiamento».

Cipro resta un’isola divisa. Come incide questo sulla pastorale?

«Purtroppo questa divisione rimane dolorosa, e porta con sé l’impossibilità di spostarsi da una parte all’altra, la difficoltà a raggiungere le chiese, accesso interdetto alla parte sud a persone con determinate nazionalità. Nella zona occupata dai turchi è stata istituita la prima “parrocchia”, intitolata a San Nicola. È un territorio molto particolare». Le possibilità sono limitate, ma c’è qualche spiraglio. «I sacerdoti con passaporto europeo possono recarsi in quella zona per svolgere un servizio pastorale. Non abbiamo ancora il permesso di costruire una chiesa né di riavere le proprietà religiose sequestrate dal regime turco». E tuttavia la vita ecclesiale non è sospesa. «Possiamo radunarci e celebrare la Messa in alcune sale, per il momento. Cosa succederà nel futuro, solo Dio lo sa».

Qual è, secondo te, la sfida principale per l’unità cristiana a Cipro?

«L’urgenza oggi è quella di creare prima di tutto l’unità all’interno delle nostre comunità cristiane. La frammentazione interna è una ferita reale: dobbiamo credere che “siamo tutti in Cristo”, e quindi vivere di conseguenza. Questo cammino comune, definito “unità nella diversità”, è essenziale per portare la Luce del Signore e la testimonianza del Vangelo, superando divisioni storiche e le sfide del mondo attuale».

Come descriveresti il dialogo con i cristiani ortodossi?

«Il dialogo con la comunità greco-ortodossa di Cipro presenta elementi di complessità. Tale comunità esprime una forte consapevolezza della propria identità e del proprio ruolo storico. Ma soprattutto in occasione di particolari eventi, come le visite del Patriarca di Gerusalemme, si registrano momenti di partecipazione e di incontro; lavoriamo instancabilmente affinché questo confronto diventi sempre più continuativo o strutturato.

Il rapporto con la comunità maronita, invece, risulta generalmente più fluido e amichevole, perché la comune appartenenza alla Chiesa cattolica favorisce il dialogo. Permane tuttavia l’esigenza di contribuire a superare o ridurre una percezione non sempre corrispondente alla realtà, che identifica la Chiesa latina come una realtà istituzionalmente “prevalente” e alimenta il timore di una possibile limitazione degli spazi di autonomia».

Secondo te, quali speranze porta con sé questa Settimana di Preghiera?

«La speranza di una vita ecclesiale che continui a credere che solo dall’unità vissuta possa nascere una testimonianza credibile del Vangelo. L’unità cristiana non è un’idea astratta, ma una fatica quotidiana, che passa attraverso la fraternità concreta, la conversione delle relazioni e una Chiesa capace di abitare le periferie della storia. E inoltre, stanno nascendo anche alcune vocazioni: questa è una speranza per il futuro, sia tra i migranti sia tra le persone locali o quelle che lavorano a livello internazionale».

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