«Essere frate oggi in Ucraina vuol dire portare la croce con la gente, senza scappare»
Nel cuore del Capitolo Internazionale delle Stuoie, che si sta svolgendo ad Assisi in questi giorni e riunisce frati da tutto il mondo per riflettere sul tema “Vivere il Vangelo, incarnare il carisma, rispondere alla missione”, c’è; una voce che arriva da una terra ferita. è; quella di Padre Benedykt Svidersky, Ministro Provinciale della Provincia di San Michele Arcangelo in Ucraina, parte della Conferenza Nord Slavica.
Frate, teologo, ecumenista, ma soprattutto testimone diretto della fede vissuta sotto le bombe, Padre Benedykt racconta una realtà; dove il Vangelo non è; solo annuncio, ma presenza e resistenza.
Una presenza secolare minacciata dalla storia
La presenza francescana in Ucraina ha radici profonde: «I primi frati arrivarono nel XVII secolo dalla Polonia – racconta Padre Benedykt – a Leopoli avevamo persino la Curia Provinciale. Ma con la soppressione del 1836, sotto l’Impero russo, la vita religiosa fu proibita. I frati rimasero senza possibilità; di accogliere nuove vocazioni: la provincia lentamente morì».
Durante il comunismo, un solo frate polacco restò in Ucraina: «Fu arrestato, deportato in Siberia per sei anni. Dopo la liberazione, non poté tornare in Polonia e rimase con la gente, in clandestinità;».
Oggi la realtà; è; ben diversa: «Siamo una provincia autonoma dal 2004, con circa sessanta frati – dice – quasi tutti ucraini. L’età; media è; di 45 anni. Ma i cattolici latini in Ucraina sono solo l’1% della popolazione: una missione minoritaria, ma vitale».
«Vivere il Vangelo oggi, per noi, significa credere o non credere», continua fr. Benedykt. La guerra ha diviso le anime: c’è; chi, dopo aver perso un figlio o un marito, non entra più in chiesa, e chi, invece, ateo prima, ora cerca Dio nel buio. Il Vangelo della passione diventa quotidiano: «Gesù non ha promesso una vita facile. La Croce è; parte del cammino. Offriamo le nostre sofferenze, unite alle Sue, con la certezza della Resurrezione».
Permessi, frontiere, ostacoli
Raggiungere Assisi non è; stato semplice: «Uscire dall’Ucraina per un uomo tra i 18 e i 60 anni richiede permessi speciali. Ogni volta dobbiamo giustificare che lo facciamo per aiutare il Paese. Al ritorno, presentare un resoconto».
Il motivo della sua presenza ad Assisi? «Incontrare, raccontare, ringraziare. Dire che le preghiere valgono molto. Che parlare della guerra aiuta anche l’Ucraina».
Con voce pacata ma ferma, Padre Benedykt smonta la retorica della rassegnazione: «La Russia lancia 200 missili al giorno. Un Paese sottoposto a questi attacchi non dovrebbe esistere. Eppure resistiamo: per questo io dico che è; già; un miracolo. Ma anche questo miracolo va raccontato». Un miracolo che pochi, in Occidente, colgono: «Qualcuno è; stanco di pregare per la pace dopo tre anni. Ma la preghiera è; la nostra forza».
«Restare è; incarnare il carisma»
E i frati restano: «Non scappiamo. Restare con la gente, accompagnarla, consolarla, questo è; vivere il Vangelo. Anche quando le scuole si fermano per le sirene, quando i bambini devono rifugiarsi negli scantinati».
Cos’è; la speranza per chi vive la guerra? La risposta è; forte: «La speranza è; alzarsi la mattina. Continuare. Mandare i figli a scuola, aiutare tutti, non solo i cattolici. La speranza non è; un sentimento astratto. è; vivere. è; servire». Il suo messaggio all’Occidente è; umile e potente: «Tra le storie che mi hanno segnato, c’è; quella di una madre che ha perso due figli al fronte, mentre il terzo combatte ancora. è; sempre in chiesa, fedele» dice il frate. è; questa la speranza che chiede di portare al mondo: «Ringraziate Dio per la pace. Non lamentatevi delle piccole cose. Noi, qui, impariamo a vivere ogni giorno come un dono».







